Risparmio gestito: calo capitalizzazioni può facilitare nuove acquisizioni

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di Luca Spoldi 22 Ottobre 2018 | 16:20

Risparmio gestito, i numeri dei gruppi quotati

Chi sarà il prossimo a fare shopping tra i “big” del risparmio gestito italiano? La domanda sorge spontanea dopo gli annunci dati da Banca Generali e Azimut Holding, rafforzatesi rispettivamente in Italia e in Australia. Gli occhi sono puntati su entrambi i gruppi, ma anche su alcuni concorrenti come Mediobanca e FinecoBank, piuttosto che Banca Mediolanum.

Chi potrebbe essere il prossimo “cacciatore”?

Guardando alle capitalizzazioni, Mediobanca (scivolata nelle ultime settimane appena sotto i 7 miliardi di capitalizzazione, circa un 14% al di sotto dei livelli di un anno fa) potrebbe ancora agevolmente rilevare la stessa Azimut Holding (che vale ormai meno di 1,7 miliardi, il 31% in meno di un anno fa), mentre FinecoBank (nell’ultimo anno salita a circa 5,5 miliardi di capitalizzazione, in crescita del 24% circa rispetto a 12 mesi or sono) potrebbe rivelarsi un boccone più difficile da digerire. La stessa FinecoBank non avrebbe peraltro difficoltà né a lanciare un’offerta su Azimut né su Banca Generali (che in borsa vale poco più di 2,2 miliardi, il 31% in meno di un anno prima).

Anima resta un caso a parte

Anche Banca Mediolanum (scivolata sotto i 3,9 miliardi, in calo del 25,5% negli ultimi 12 mesi) potrebbe essere alla portata degli uomini di Alessandro Foti, ma la società dei Doris (e dei Berlusconi) potrebbe anche guardarsi intorno per recuperare terreno. Un caso a parte è Anima Holding (1,4 miliardi di controvalore, in calo di quasi il 40% rispetto a un anno fa). Anima, che nei mesi scorsi ha rilevato Aletti Gestielle Sgr da Banco Bpm, infatti non dispone di una propria rete di consulenti finanziari e potrebbe interessare semmai a chi voglia puntare sulla capacità di creare e gestire prodotti di risparmio gestito o servizi di consulenza potendo già disporre di una propria rete molto sviluppata.

Capitalizzazioni in calo negli ultimi 12 mesi

Quel che è certo, a parte i discorsi di “fanta risiko” di Piazza Affari, è che i gruppi italiani hanno patito molto le incertezze degli ultimi mesi e il “caro spread” ed appaiono ora più delle potenziali prede anche per potenziali acquirenti esteri che non dei possibili cacciatori. Chissà se da qui a 12 mesi qualcuno sarà in grado di smentire questa sensazione.

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