Banca Carige, un salvataggio che ricorda quelli varati da Renzi e Gentiloni

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di Luca Spoldi 8 Gennaio 2019 | 17:06

Banca Carige, un salvataggio che sembra già visto

Il salvataggio di Banca Carige (i cui commissari intendono subito chiedere l’attivazione della garanzia statale su nuove emissioni di obbligazioni ed intanto confermano di aver formulato una prima proposta per ridefinire le condizioni del bond tier 2 sottoscritto per 320 milioni dallo Schema Volontario del Fondo interbancario di tutela dei depositi) assomiglia in molto, se non in tutto, a quelli varati dai governi Renzi e Gentiloni nel caso di Banca Etruria, Banca Marche, Carifano e Cariferrara, di Mps e di Bpvi e Veneto Banca.

Ogni soluzione ha avuto la sua peculiarità

Ma ogni caso ha le sue peculiarità: così nel caso delle quattro banche risolte nel novembre 2015 (tre delle quali finirono poi per un euro simbolico a Ubi Banca, l’ultima a Bper Banca sempre per 1 euro) alle altre banche italiane venne addossato un costo di 5 miliardi. Nel caso di Mps dopo il fallimento della (ennesima) ricapitalizzazione di mercato peraltro dopo 13 miliardi di euro di aumenti di capitale varati negli anni precedenti, il Tesoro intervenne nel 2016 rilevando il 68% del capitale in cambio di 5,4 miliardi di euro (la partecipazione vale oggi meno di 1,2 miliardi) dopo il via libera della Ue, via libera che non arrivò per Bpvi e Veneto Banca.

Diversi costi per le diverse crisi bancarie

In questo caso dopo 3,5 miliardi di ricapitalizzazione a carico del fondo Atlante (finanziato dalle maggiori banche ma anche, per 450 milioni, dalla Sga, la “bad bank” del Tesoro che finì poi col rilevare 18 miliardi di Npl dei due istituti e che potrebbe rilevare fino a 2,5-3,5 miliardi di Npl di Banca Carige secondo le voci finora circolate) le due banche finirono smembrate nel 2017. La parte “sana” dei due istituti venne rilevata, per 1 euro simbolico, da Intesa Sanpaolo (previo erogazione di un finanziamento di 4,8 miliardi da parte dello stato, che assunse anche la garanzia su 6,4 miliardi di bond emessi dalle due banche), quella “deteriorata” fu messa in liquidazione coatta amministrativa.

Si è sempre voluto evitare il fallimento di una banca

Se sono cambiate le soluzioni “tecniche”, la finalità di tutti gli interventi è stata sempre quella di garantire l’operatività degli istituti coinvolti dalla crisi, tutelando i correntisti e per quanto possibile gli obbligazionisti. Il tutto evitando di lasciar fare al mercato, ossia accettando il fallimento degli istituti stessi, complice il timore di un “effetto-domino” che avrebbe potuto mettere in crisi l’intero settore creditizio italiano. O almeno questo è quanto i tre governi che si sono succeduti hanno sempre lasciato intendere per giustificare lo scarico dei costi diretti e indiretti delle crisi sui contribuenti italiani.

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