Finanza e imprese, Aipb chiede interventi al governo

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Per l’associazione italiana del private banking occorre proseguire lungo la strada inaugurata con i Pir, introducendo nuovi strumenti per far affluire il risparmio delle famiglie italiane verso l’economia reale.

Luigi Dell'Olio di Luigi Dell'Olio16 maggio 2018 | 11:03

L’Aipb mette sul piatto la rilevanza del private banking nell’economia nazionale per chiedere al legislatore interventi in grado di far affluire con maggiore forza i risparmi delle famiglie verso l’economia reale. “L’industria del private banking, con quasi 800 miliardi di euro gestiti, pari a più di un terzo del Pil italiano, è consapevole di poter ricoprire un ruolo concreto per la crescita del Paese, perché una corretta gestione del risparmio delle famiglie private può rappresentare una leva importante per il finanziamento dell’economia reale, un nuovo ossigeno per lo sviluppo delle nostre eccellenze imprenditoriali”, ha spiegato il presidente dell’associazione Fabio Innocenzi (nella foto),  aprendo i lavori del meeting di studio organizzato dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali. “Affinché il risparmio privato possa svolgere questo ruolo propulsore dell’economia reale occorre però che vi sia, prima di tutto, un contesto favorevole e auspico che il prossimo Governo voglia proseguire, anzi sviluppare, la strada tracciata dal Governo uscente che, con lungimiranza, ha introdotto, sotto varie forme, incentivi e sostegni che hanno favorito l’avvio di un circuito virtuoso, alimentando il mercato dei capitali e la liquidità necessari alla crescita delle imprese, soprattutto medio-piccole”, ha aggiunto.

Una posizione che va inquadrata nel pressing che i gestori di grandi portafogli (la questione riguarda, pur su un differente livello, anche il settore del private equity) stanno da tempo facendo sul legislatore per modificare la normativa per superare i limiti emersi con l’introduzione dei Pir. A fronte di un grande successo della raccolta (11 miliardi di euro nel 2017, anno del debutto della normativa), finora non vi è stata una corsa alle Ipo da parte delle piccole e medie imprese tradizionali. Segno evidente del fatto che serve fare qualcosa in più. Per Innocenzi, se si guarda in maniera prospettica “è evidente che, dal punto di vista dei mercati finanziari, le gestioni più ‘tradizionali’ – complici tassi di interesse sui titoli di Stato e sulle obbligazioni ormai stabilmente prossimi allo zero e corsi azionari giunti ai loro massimi storici – sono destinate a lasciare sempre più spazio a quelle più innovative e complesse, più flessibili e più attive nei confronti dei mercati non direzionali e multiasset”.


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