Il private banking per il rilancio l’economia reale

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di Luigi Dell'Olio 27 Settembre 2018 | 07:01

Laddove non arrivano i Pir, potrebbe arrivare il settore del private banking. La frenata della crescita italiana crea preoccupazioni soprattutto tra le piccole e medie imprese italiane, molte delle quali sono uscite a fatica dalla doppia recessione e non hanno spalle abbastanza robuste per affrontare un’altra ondata negativa di mercato.

La nascita dei Piani individuali di risparmio all’inizio del 2017 sembrava l’occasione per invertire la rotta, assicurando all’economia reale quell’ossigeno che le banche avevano ridotto non solo perché a loro volta alle prese con problemi di bilancio, ma anche alla luce dell’evoluzione normativa di matrice comunitaria. Il bilancio a un anno e mezzo dall’avvio degli incentivi, in Italia si contavano 70 Pir, poco meno di 19 miliardi di euro in gestione e una raccolta di  14,4 miliardi. Sono numeri di gran lunga superiori alle più rosee aspettative, anche se i benefici sulle Pmi stentano a emergere. I nuovi flussi di denaro sono andati soprattutto in direzione delle aziende di media taglia e, tra le piccole, verso quelle già quotate all’Aim. Le nuove matricole, invece, sono ancora ben al di sotto delle previsioni.

E’ in questo scenario che si inquadra la proposta avanzata dall’Aifi, che chiede un’innovazione normativa che porti la soglia minima d’investimento negli asset alternativi da 500mila a 200mila euro per il private banking. La capacità di risparmio delle famiglie facoltose resta infatti elevata e fatica a trovare sbocchi nelle principali asset class, tra il reddito fisso che si trova a fare i conti con i rialzi dei tassi e l’azionario che quota su multipli elevati.

Così l’associazione presieduta da Innocenzo Cipolletta (nella foto) chiede di inserire nella Legge di Bilancio un incentivo costituito dall’esenzione fiscale per i redditi diversi e per quelli da capitale percepiti da persone fisiche residenti in Italia prodotti da fondi d’investimento europei a lungo termine. La condizione è che questi prodotti (Eltifs) prevedano nel proprio regolamento di investire almeno il 5% in Oicr che a loro volta investano in startup e Pmi innovative. Soluzioni con una buona dose di rischio, ma che potrebbero finalmente costituire un grimaldello per sostenere chi fa impresa e rischia capitali e che fin qui ha trovato poco sostegno anche dal mondo del private equity, ancora troppo piccolo nel nostro Paese nonostante i progressi degli ultimi anni..

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