Invertire la piramide

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di Private 10 Dicembre 2018 | 07:26

Simona Maggi

 

Gli imprenditori votano ogni giorno con le loro scelte di investimento e sono proprio gli investimenti che stanno mantenendo il Pil in crescita. Si investe soprattutto sul fronte dell’innovazione e dell’internazionalizzazione perché la rivoluzione digitale impone di spendere e bisogna dare alle aziende una proiezione internazionale.

 

Predatori oltrefrontiera

Tra gennaio e settembre 2018, con una buona dose di coraggio, alcune imprese italiane hanno investito 11 miliardi per fare 112 acquisizioni all’estero e creare campioni industriali in settori strategici per il made in Italy. Certo siamo stati anche comprati: gli investitori stranieri nello stesso arco di tempo hanno acquisito 204 aziende nazionali per 13 miliardi.

La stagione di m&a potrebbe non fermarsi a questo punto. Esistono altre imprese italiane (le statistiche ne rilevano almeno 355) con ricavi superiori a 55 milioni e margini operativi lordi degli ultimi sette anni stabilmente al di sopra del 10% che possono diventare target di acquisizione da parte delle imprese italiane più grandi. A loro volta possono svolgere il ruolo di poli aggreganti perché i settori dove lavorano sono quelli trainanti per il made in Italy: moda e pelletteria, meccanica, alimentare e farmaceutica. Insomma, si potrebbero gettare le basi per costruire nuovi campioni nazionali che, con spalle e fatturati più robusti, potrebbero poi a loro volta andare all’estero.

 

Il ruolo degli intermediari

In questo ambito il ruolo svolto dagli intermediari è fondamentale per generare nuove occasioni di m&a.  Molto spesso gli imprenditori sono eccellenti nelle loro attività industriali, ma hanno poca esperienza in ambito di mercati finanziari ed è proprio qui che il ruolo del professionista finanziario che li segue diventa decisivo.

 

Due diligence decisiva

Normalmente gli imprenditori fanno riferimento a differenti figure professionali, a ciascuna delle quali attribuiscono ambiti differenti di affidamento ma, salvo eccezioni, quando si tratta di fare una due diligence sul patrimonio totale, per poi valutare nuove forme di investimento, privilegiano il private banker e il commercialista. Nelle imprese familiari, infatti, alcune condizioni di carattere personale possono condurre o meno a un buon esito del processo di crescita dell’impresa: primo bisogna imparare a distinguere l’azienda dalla famiglia, applicando un sistema di governance moderno e valutando la competenza dei familiari più dell’appartenenza. Secondo si possono definire regole condivise per il cambiamento e le relative condizioni patrimoniali, coinvolgendo anche, se necessario, attori terzi. Il lavoro si basa su un approfondito esame della realtà aziendale combinata ad un’analisi della situazione familiare e patrimoniale per poter imbastire, assieme all’imprenditore, un nuovo modello di governance per l’impresa.

 

Capacità di fare squadra

Per fare consulenza patrimoniale al cliente private imprenditore, va quindi invertita la tradizionale piramide di competenze che i private banker utilizzano  per descrivere la propria professione. Nel ranking delle competenze richieste per ricoprire il ruolo, i private banker assegnano normalmente gli ultimi posti alla capacità di valorizzare un team di esperti e alla proattività necessaria per sviluppare un networking tra professionisti. Significa saper creare e governare le relazioni, avere rapporti d’interazione e di scambio con altri soggetti professionali e saperlo fare in modo organizzato e consapevole, con un buon livello di proattività e una prospettiva di medio periodo. Entrambi aspetti cruciali quando si esce dal confine della consulenza finanziaria e si opera per dare avvio a operazioni di m&a.

 

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