Consulenti e private banker: largo ai giovani

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Paolo Martini di Paolo Martini5 febbraio 2019 | 07:40

Solo il 2% degli iscritti all’albo dei consulenti dinanziari ha meno di 40 anni. Basta questo dato per rendere preoccupante il futuro della nostra professione. Se il quadro resterà immutato nei prossimi 15-20 anni, non ci saranno più consulenti attivi perché l’età media sarà di ben 70-75 anni. Per evitare che questo accada e gestire al meglio un passaggio generazionale tra professionisti oggi più che mai necessario, anche in considerazione dei tanti cambiamenti che stiamo affrontando, serve un lavoro congiunto da parte delle istituzioni e delle aziende. Il mondo universitario gioca un ruolo fondamentale perché ha il compito di far innamorare i giovani della professione e soprattutto di creare le competenze di base indispensabili per affrontare un mercato sempre più articolato e complesso.

Buone prassi

Alcuni progetti interessanti, come ad esempio quello dell’Università di Bologna e di Brescia sul wealth management e il passaggio generazionale, sono esempi concreti vanno proprio in questa direzione. Una forte integrazione del mondo accademico con le società del settore, che devono iniziare a investire già in questa fase, è fondamentale. Un giovane che vuole intraprendere la professione del consulente potendo contare solo sulle proprie forze e sul proprio network, non inserito in un programma specifico di sviluppo e supporto, si trova di fronte a una percentuale di fallimento di almeno il 75% a 3 anni dall’inizio dell’attività. Tranne in rari casi, si tratta, in pratica, della cronaca di un fallimento annunciato. Servono quindi percorsi specifici e progetti aziendali strutturati e le aziende hanno il dovere di investire nel medio periodo sulla creazione di una nuova classe di professionisti adatti a dialogare con le generazioni dei più giovani anche sulla base di solide competenze relazioni e professionali.

È l’ora della svolta

Creazione di progetti aziendali dedicati, dove i giovani si sentano inseriti in un contesto affine al loro, assegnazione di portafogli sulla base dell’impegno e dei risultati raggiunti, una formazione continua sia sul campo che in aula, l’inserimento in team e affiancamento a un senior che, attraverso un patto chiaro con l’azienda e il giovane, si impegni a favorirne lo sviluppo e ad assegnare parte del portafoglio una volta raggiunta un’adeguata preparazione. Serve poi che il giovane dimostri di possedere alcune caratteristiche fondamentali, oggi non così scontate: passione per quello che fa, impegno costante e continuo, desiderio di imparare cose nuove e amore per la professione e per la propria azienda. L’importante è non allevare futuri mercenari troppo sicuri di sé. Sul mercato ce ne sono già abbastanza. E giovani non sono.


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