A caccia di primizie tra le Pmi

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Massimiliano Carrà di Massimiliano Carrà 20 Luglio 2020 | 12:12

Massimiliano Carrà

Connettere Israele con l’Europa e favorire l’avanzata della tecnologia nella vita di tutti i giorni. Questo è uno dei principali obiettivi di Planven Entrepreneur Ventures, il fondo di venture capital nato nel 2018 che conta 3 uffici dislocati tra Lugano, Zurigo e Tel Aviv e che ha come suo principale investitore l’ingegner Carlo De Benedetti.

Come racconta a PRIVATE il managing partner Giovanni Canetta Roeder, “grazie a un network israeliano ed europeo di imprenditori investiamo capitale di rischio in aziende ancora nella fase primordiale della loro vita. Questo significa credere in un progetto di lungo periodo, ossia di circa 7-8 anni”.

Quali sono gli aspetti fondamentali da tenere in considerazione prima di effettuare un investimento in una startup?

Partendo dal presupposto che capire quali sono le aziende che hanno maggior probabilità di successo è un’operazione molto difficile, Entrepreneur Ventures teniamo in considerazione tre parole d’ordine prima di dar vita a un investimento: le persone, il prodotto su cui si basa l’attività della startup e il tempo. Iniziando dal primo aspetto, è fondamentale che il team e la compagine di investitori siano preparati e soprattutto empatici e collaborativi, altrimenti non si potrebbe portare a termine un progetto di qualità, lungo circa 8 anni. Riguardo il prodotto su cui si basa il core business della startup è evidente che debba soddisfare le esigenze di mercato e i reali problemi delle persone e delle aziende. Questo aspetto, tra l’altro, è strettamente legato alla variabile tempo. Nel senso che bisogna capire quale è il momento più adatto per lanciarlo sul mercato.

Quanto è importante la connessione tra più mercati in un settore come questo?

E’ fondamentale. Bisogna capire che portare i soldi alle aziende non basta, perché il mercato americano e quello israeliano (dove l’innovazione viaggia a ritmi impressionanti) è molto liquido rispetto a quello europeo e in particolare a quello italiano che è ancora molto piccolo. Oltre al brand della propria istituzione, su cui noi stiamo lavorando visto che siamo nati da poco, è necessario aiutare queste aziende a navigare in mercati diversi. Per fare un esempio, se da una parte le startup israeliane conoscono abbastanza bene il mercato americano, visto che è molto omogeneo e si parla la stessa lingua – oltre al fatto che molti israeliani hanno studiato o lavorato lì -, dall’altra parte non conoscono tutte le singole differenze esistenti tra i vari paesi del vecchio continente, in termini di lingue, usi e abitudini diverse. Inoltre l’Europa sta diventando un campo fertile negli ultimi anni: diverse università, comprese quelle italiane, stanno diventando uno dei punti di riferimento per le startup. Quindi, connettere un paese ad alta innovazione come Israele e un continente voglioso di crescere come l’Europa può essere un’operazione vincente.

 

Quanto avete investito al momento e quali sono le aziende che più vi stanno dando soddisfazioni?
Abbiamo dato vita a due fondi: il primo composto da 50 milioni di euro, che già abbiamo del tutto investiti, e il secondo da 70 milioni di euro (di cui ne abbiamo investiti già 12). Proprio riguardo quest’ultimo ci siamo posti l’obiettivo entro l’anno di arrivare a raccogliere in totale 85 milioni di euro, quindi altri 15 in più. Parte delle risorse investite grazie al primo fondo, tra l’altro, sono state utilizzate per supportare il business di due aziende che stanno riscuotendo grande successo: Via Transportation e Nozomi Networks. La prima sta riscrivendo i sistemi della mobilità pubblica, una delle esigenze fondamentali che è emersa a causa della pandemia da coronavirus, tant’è che Exor (la holding finanziaria della famiglia Agnelli) ne ha rilevato l’8,87% grazie a un investimento da 200 milioni di euro. La seconda, specializzata in soluzioni di cyber-security industriale e nata da un’idea brillante di due italiani, ha trovato un importante cliente come Enel. Mi preme sottolineare è che innovare non significa dar vita solamente a un’app, ma molto di più.

 

La pandemia può aver essere definito lo spartiacque fondamentale che ha fatto emergere l’importanza della tecnologia in tutti i settori?

Si sta rivelando acceleratore di tecnologia. In questo periodo, infatti, le persone si stanno accorgendo che è fondamentale ripensare alcuni aspetti dal punto di vista tecnologico. Devo però dire una cosa fondamentale: tracciare i contagi con un’app non dovrebbe essere un’ipotesi di discussione, perché rappresenta quei casi in cui la tecnologia incontra delle aree molto particolari e complicate, come l’etica e la moralità. Di conseguenza, credo che in questo momento sia fondamentale semplicemente far entrare la tecnologia in tutti i settori più importanti, un po’ come stanno facendo Via e Nozomi Networks.

 

 

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