Le strategie di crescita di Banca Aletti

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di Luigi Dell'Olio 12 Ottobre 2020 | 06:42

Con i tassi destinati a restare bassi ancora a lungo, la clientela del private banking ha perso il riferimento costituito dal rendimento dell’obbligazionario. Come viene oggi coperta l’esigenza di protezione del patrimonio?

Attualmente nell’ambito del comparto obbligazionario, a parte il debito domestico, sono solo due le classi di obbligazioni con rendimenti significativamente positivi: le obbligazioni societarie e le quelle dei paesi emergenti. Entrambi i comparti hanno registrato cali importanti delle quotazioni a marzo. Il recupero dai minimi è stato rapido, ma parziale, sia in termini di prezzo, sia di rischio atteso. In questo scenario, il focus sulla qualità rimane il punto decisivo nella selezione degli emittenti sia nel segmento investment grade, sia in quello delle obbligazioni ad alto rendimento. Non va dimenticato, infatti, che se da un lato gli acquisti diretti operati dalle Banche centrali riducono i rischi di default, dall’altro non eliminano completamente il rischio di credito. Sul fronte Paesi Emergenti, i deflussi che hanno caratterizzato i mesi di marzo e aprile sembrano esauriti. In particolare, il mercato del reddito fisso asiatico fornisce solidi fondamentali, rendimenti a premio rispetto alle emissioni governative europee di pari scadenza e bassa correlazione con l’intera area sviluppata.

 

Dato lo scenario, qual è il vostro approccio?

In linea generale l’approccio di Banca Aletti in tema di difesa del patrimonio prevede l’allocazione efficiente del capitale tra comparto obbligazionario e azionario. Diversificare in tutte le classi di attivi, infatti, significa ridurre il rischio complessivo a vantaggio di controvalori di portafoglio più stabili e rendimenti attesi allineati ai bisogni del cliente e alla sua personale tolleranza al rischio. La protezione passa anche per le soluzioni assicurative (multiramo) e le nostre gestioni flessibili.

 

Quali sono invece le vostre previsioni in campo azionario?

L’importante peso dell’equity nei portafogli, presente già all’inizio dell’anno, è stato mantenuto invariato durante la fase più critica per i mercati, con ponderazioni molto prossime a quelle massime stabilite dai differenti profili di rischio, con posizioni d’investimento sempre guidate dal criterio della diversificazione e da un approccio caratterizzato da scelte qualitative-valutative opportune. Dal punto di vista geografico, si è tenuto conto dell’evoluzione dell’epidemia da oriente verso occidente, del grado di robustezza/efficacia degli interventi di politica monetaria ed economica associati all’andamento delle quotazioni. In questo senso, si spiegano scelte di portafoglio che hanno privilegiato, tra il primo ed il secondo trimestre, il sovrappeso sulla Cina e sugli Stati Uniti e, dal punto di vista settoriale, comparti come healthcare, food & beverage, utility e technology. Con questi riferimenti, all’avvio del terzo trimestre, abbiamo posto una leggera prevalenza dell’Europa (poco meno di un terzo del peso assegnato all’equity) rispetto agli Stati Uniti (un quarto del totale), in considerazione delle relative valutazioni favorevoli, delle attese per il varo del Recovery Fund, ma anche relativamente alla sottovalutazione dell’epidemia unitamente all’avvicinarsi dell’appuntamento elettorale presidenziale negli Usa.

 

E sul fronte degli emergenti?

I paesi maggiormente avanzati dell’area asiatica hanno avuto una sostanziale conferma dell’allocazione precedente, grazie ai progressi ottenuti nel contenimento della malattia, con qualche elemento di maggiore prudenza per la situazione ad Hong Kong. In merito agli mergenti, il peso complessivo è stato leggermente aumentato (stesso peso assegnato agli Stati Uniti) con preferenza per l’area asiatica che assorbe quasi i tre quarti della quota a scapito di Emea e dell’America Latina, azzerata per le gravi ripercussioni attese dalla diffusione estrema del virus e in generale per una minor stabilità dei Paesi Emergenti di quest’area. A livello settoriale, in questa fase preferiamo settori con connotazione difensiva o che si dimostrino flessibili alle modifiche contingenti o strutturali dell’economia dettate da Covid-19, che ha spostato l’attenzione sullo sviluppo di trend specifici legati soprattutto alla medicina a distanza  e all’utilizzo di tecnologie sempre più evolute nella cura della persona. Il comparto delle utilities permette di avere un’esposizione che coniuga il carattere tipicamente difensivo di questo tipo di investimento a quello sempre più ricco di sviluppi futuri che guarda a temi di sostenibilità, tra cui quello della tutela dell’ambiente. Dopo avere fornito adeguate soluzioni di supporto per il lavoro a distanza e per l’e-commerce, la tecnologia è un comparto dove ricercare altre opportunità di investimento, ad esempio nel campo del cloud, in ambito di specifiche tecnologie hardware e della cybersecurity.

 

Oggi si fa un gran parlare, complice l’evoluzione normativa, degli investimenti alternativi. Tra club deal, private equity, ecc quali sono le soluzioni più interessanti e perché?

Nell’analizzare le diverse soluzioni nell’ambito degli investimenti alternativi occorre prestare attenzione a una serie di caratteristiche rispetto agli investimenti tradizionali: tra queste l’orizzonte temporale di investimento, le soglie minime di accesso, la tipologia di veicolo e la categoria di investitori a cui ogni prodotto è dedicato. L’evoluzione normativa sta mostrando un trend di maggiore accessibilità a questo tipo di investimenti, che in ogni caso rimarrà distinta in base a patrimonio e tipologia degli investitori. Per questi motivi, è utile pensare ad un’offerta diversificata su livelli distinti. Per la clientela classificata ai fini Mifid come clientela professionale, per clienti HNWI e family office sono più adatte soluzioni di investimento diretto come i club deal o fondi di private equity, private debt e infrastructure; in generale data l’ampiezza di offerta in questo ambito ricerchiamo soluzioni innovative e distintive in termini di settori o tipologia di investimento, come ad esempio la digital invoice finance o il microfinance. Per quella classificata ai fini Mifid come clientela al dettaglio, con patrimonio di fascia medio alta, sono maggiormente efficaci soluzioni illiquide standard di alta qualità, con size minime di investimento tra i 50 e i 100 mila euro, attraverso Fia non riservati. Per clientela caratterizzata da un patrimonio di fascia media anche affluent, è utile proporre soluzioni illiquide standard con size minime di investimento tra i 10 ed i 30 mila euro, attraverso un veicolo come l’Eltif. A questo proposito è interessante la proposta di un nuovo Eltif Pir Compliant che ha un doppio vantaggio: il primo derivante dalla fiscalità prevista da questo tipo di veicolo ed il secondo dato dal focus di investimento sul tessuto di qualità delle piccole e medie imprese del nostro paese.

 

Che ruolo possono avere gli investimenti alternativi nella parte di portafoglio destinata al lungo termine?

Gli investimenti alternativi, specie se illiquidi, hanno da sempre rappresentato una quota importante di portafoglio degli investitori qualificati, tipicamente compresa nel 10%. Senza eccessi di concentrazione, questo tipo di investimenti offre una serie di vantaggi, come la possibilità di sfruttare il premio di illiquidità rispetto alle medesime asset class presenti sui mercati quotati; l’investimento nel medio periodo, inoltre, rappresenta una opportunità di diversificazione con soluzioni meno correlate alla volatilità dei mercati quotati e minori margini di commettere errori comportamentali, dovuti alla mancata possibilità, per gli investitori, di muovere il portafoglio nel breve termine. Non ultimo, gli investimenti alternativi offrono la possibilità di espandere le fonti di rendimento disponibili in un contesto di mercato di tassi negativi largamente diffusi e di un contesto economico fortemente rinnovato in seguito al Covid-19.

 

Che peso coprono e potrebbero ricoprire gli investimenti quantitativi?

Spesso gli investimenti sistematici o quantitativi vengono definiti in contrapposizione agli investimenti discrezionali e i due approcci sono considerati agli antipodi. Se le valutazioni di carattere fondamentale possono contribuire ad individuare opportunità e rischi nel lungo periodo, per intervalli temporali più brevi intervengono considerazioni legate al ciclo economico, a fattori tecnici, alla psicologia degli investitori o al loro posizionamento. Per individuare quando un mercato sottovalutato o sopravvalutato è pronto a muoversi intervengono considerazioni di natura più tecnica legate al momentum per esempio, o al sentiment del mercato. Il passo in avanti che l’industria del risparmio gestito sta compiendo è rappresentato dall’impiego nei fondi d’investimento di strategie sistematiche e discrezionali in modo sinergico per catturare i benefici endogeni dei due modelli. Se da un lato, infatti, un portafoglio discrezionale è più concentrato e in grado di generare maggior extrarendimento, dall’altro l’approccio sistematico mitiga gli errori comportamentali, genera diversificazione e gestisce il rischio in modo efficiente.

 

Un altro ambito in rapido sviluppo è quello della finanza comportamentale. Quali sono le tendenze emergenti su questo fronte? In che modo la finanza comportamentale può aiutare a evitare decisioni d’impulso in fasi di volatilità come quella attuale?

I più critici considerano la finanza comportamentale un mero studio di anomalie di mercato. In realtà, l’analisi dei prezzi storici evidenzia una stretta relazione tra volatilità dei controvalori ed entità (origination) dell’evento, volumi scambiati, tasso di partecipazione ai trend ed aspettative degli investitori.  In estrema sintesi, se alcune risposte si possono trovare negli schemi di equilibrio generale con aspettative razionali, altre appaiono incompatibili sulla base della sola considerazione delle variabili fondamentali. In altre parole, comprendendo la personalità finanziaria di ogni investitore è possibile costruire soluzioni di investimento che saranno vicine ai portafogli razionali che si otterrebbero utilizzando le teorie di finanza tradizionale. In aggiunta però, grazie agli aggiustamenti tipici della finanza comportamentale, queste soluzioni saranno maggiormente condivise dagli investitori, che dunque potranno concentrarsi con maggiore fiducia sugli obiettivi di investimento e bisogni di lungo termine.

 

Banca Aletti ha deciso di investire in questo campo.

Il nostro nuovo modello di servizio e consulenza sintetizzato dal visual BA³, si fonda sulla sinergia tra efficienza di portafoglio e consapevolezza dell’investimento, un equilibrio fluido tra modern portfolio theory e behavioral finance. In altri termini, il processo d’investimento tradizionale si integra con le variabili dei bisogni, dell’investimento consapevole e della personalità finanziaria dell’investitore per ottenere nuovi standard di creazione di valore e soddisfazione del cliente. Diversi studi evidenziano infatti, che gli errori comportamentali possono comportare fino al 3% di minor rendimento atteso che rappresenta un costo non più sostenibile alle attuali condizioni di mercato.

 

Quali sono i numeri a livello di aum, personale e presenza geografica? Quali i target di crescita e le strade per centrarli? 

Siamo presenti nelle principali città italiane con 55 filiali private e con una squadra di 300 private banker e consulenti finanziari, supportati da 100 professionisti degli investimenti. Gestiamo patrimoni per circa 27 miliardi di euro e i nostri 21 mila clienti ci dimostrano una fiducia crescente. Gli obiettivi per il futuro sono anche quelli di oggi: valorizzare il risparmio, far crescere i patrimoni dei nostri clienti e offrire occasioni di investimento nell’economia reale del Paese; competenza e indipendenza sono i nostri tratti salienti; consenso dei clienti, risultati e performance sono alla base dei nostri successi. L’evoluzione del nostro modello di segmentazione della clientela, l’incremento del cross selling in sinergia col Gruppo Banco BPM, il potenziamento degli strumenti e della gamma di offerta di prodotti e servizi finanziari e non finanziari rappresentano i driver della nostra crescita. Stiamo sviluppando molto i servizi per i clienti istituzionali e HNWI attraverso Aletti Fiduciaria e Aletti Suisse. Vogliamo portare Banca Aletti ai vertici del mercato italiano del private banking e wealth management. Guardiamo attivamente alle opportunità di crescita anche attraverso operazioni di acquisizione.

 

Cercate nuovi banker e, se sì, qual è il loro identikit?

In Banca Aletti possiamo contare su una squadra eccellente, con forti competenze Negli ultimi mesi, 15 professionisti provenienti dalle primarie realtà italiane ed estere del private banking hanno deciso di unirsi a noi. Intendiamo proseguire con reclutamenti mirati, alla ricerca di profili qualificati e interessati ad abbracciare i nostri valori e lo spirito del nostro modello.

 

Chiudiamo con qualche domanda su di lei: qual è il suo stile manageriale?

Cerco di privilegiare uno stile manageriale inclusivo caratterizzato dalla prossimità e il confronto con il gruppo, i clienti e i colleghi. Vedo i miei team regolarmente anche direttamente sui territori e, quando questo non è possibile, attraverso strumenti di comunicazione a distanza. Le nostre ‘dirette’ sono settimanali e coinvolgono l’intero universo Banca Aletti (rete, consulenti e personale di sede); ci confrontiamo sul contesto, le prospettive, il nostro modello di consulenza. Insieme ai banker, incontro i clienti e collaboro molto con il resto del Gruppo. Credo nell’importanza dell’esempio quotidiano, combinato con la capacità di valorizzare e sviluppare le diversità presenti nel team.

 

Ha degli hobby e come incidono sul lavoro quotidiano? 

Tra le mie passioni oltre all’insegnamento, ci sono lo sci e la vela, che accompagno a sessioni di trail running in montagna. L’impegno, la disciplina e la curiosità nell’affrontare nuove sfide che ho imparato praticando questi sport mi sono di aiuto ogni giorno anche nella mia vita professionale.

 

 

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