Nel banking è l’ora delle piattaforme

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di Angelo Deiana 8 Luglio 2021 | 06:30

Angelo Deiana

 

Da quando nella lettera annuale agli azionisti Jamie Dimon, il ceo di Jp Morgan Chase, la banca più importante del mondo, ha dichiarato che la sua non è più una banca ma un’azienda tecnologica, il settore è cambiato profondamente dal punto di vista della percezione complessiva degli operatori. E’ bastata questa affermazione per capire cosa stava succedendo nel mondo finanziario a livello globale.

 

Come cambia l’industria

Un settore in cui pagamenti, depositi, factoring, mutui, crediti al consumo e carte di credito si stanno sempre più allontanando da sistema bancario “core”, per generare invece significative quote di mercato per il sistema delle fintech e delle big tech.  Un trend dovuto al fatto che queste società hanno fatto un grande lavoro nello sviluppo di prodotti semplici, veloci e intelligenti da distribuire nei loro sistemi di rete. In altri termini, un mondo innovativo non solo nei prodotti ma, soprattutto, nel sistema sempre più “customer centric”.

Non è un fenomeno nuovo ma ormai questa competizione è ovunque. L’abilità delle fintech di fondere i social media, di utilizzare i dati in modo intelligente e di integrarsi con altre piattaforme in modo rapido, consente loro di implementare rapidamente la market share, conquistando quote di mercato difficili da mantenere nel lungo periodo ma che, nel breve, rappresentano un pericolo importante per gli incumbent del sistema finanziario.

 

La data driven economy

Senza dimenticare che, come ci ricorda sempre Jamie Dimon nella sua lettera, si sta sviluppando sempre più il ruolo delle big tech e del sistema delle imprese a grande distribuzione a rete come Wal-Mart. Un mondo di data driven economy che tenderà, come diciamo da tempo, a incorporare il sistema dei pagamenti nelle loro piattaforme al fine di trasformare i loro big fata comportamentali in better data. E’ questo l’obiettivo principale di questo macro trend: mixare i dati comportamentali con quelli reddituali e patrimoniali per migliorare il tema dei quality data da rivendere al loro ecosistema esterno.

Non che sia un processo facile e totalmente lineare. Molte di queste aziende saranno impattate, come già successo alle banche, da problemi di privacy e antitrust. Si tratta comunque di orizzonti in cui i numeri sono evidenti e qualificanti: anche al di là di questi ostacoli, digital banks, challenger banks e fintech stanno guadagnando grandi quote di mercato.

 

Ripensare il business model

D’altra parte, lo scriviamo da tempo su queste pagine. Si tratta di ripensare il modello di business delle banche basandolo su piattaforme di open banking per la condivisione di informazioni e servizi bancari con terze parti. Un nuovo ecosistema digitale che dovrà includere non solo operatori bancari, ma anche soggetti di origine non bancaria che cercheranno di costruire partnership con i big tech da imporre agli incumbent bancari per sviluppare logiche di business.

In questo contesto complesso, ancora una volta la sfida finale si giocherà sul tema delle competenze. Soprattutto per le banche generaliste piccole o medie, saranno necessari investimenti sulle risorse umane per colmare il gap di competenze specialistiche, e investimenti tecnologici o “fintegrazioni” per essere competitivi con i sistemi più avanzati di platform economy.

D’altra parte, come ha affermato molto tempo fa Bill Gates: “Banking is necessary, banks are not”. Un monito importante per tutto il sistema. E un orizzonte strategico da non dimenticare non solo per tutti i new comers, ma anche per tutti gli incumbent che soffrono il cambiamento.

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