La terza era della famiglia Falck

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di Roberta Maddalena 14 Gennaio 2022 | 06:14

Per i Falck inizia la terza era. Dopo quella della siderurgia con un ruolo da protagonista per quasi tutto il Ventesimo secolo e un trentennio nelle energie pulite, la famiglia lombarda ha da poco raggiunto un accordo con il fondo infrastrutturale Iif, nato da una costola di Jp Morgan, per cedere il 60% della Falck Renweables. Un’operazione alla quale seguirà un’offerta pubblica di acquisto obbligatoria. L’accordo stipulato in data odierna prevede l’acquisto della partecipazione a un prezzo di 8,81 euro per azione, con i venditori che intanto cominciano a guardarsi intorno per capire come impiegare al meglio la somma in arrivo.

 

Famiglia al centro

Ha cambiato più volte volto, ma un tratto comune al gruppo Falck è la centralità della famiglia omonima, sin dal lontano 1833, quando un uomo di 33 anni scese dal nord delle Alpi per andare sul Lago di Como. Aveva ricevuto una chiamata da alcuni imprenditori del ferro: i Rubini, i Badoni e i Redaelli. Stiamo parlando di Georges Henri Falck, nipote di Jean Didier, comandante napoleonico della gendarmeria di Landau. Poco tempo dopo l’ingenieur, così veniva chiamato, chiese al figlio Henry di proseguire l’incarico. Henry divenne ben presto direttore della Ferreria di Dongo, di proprietà della famiglia comasca Rubini, e nel 1863 sposò una delle otto sorelle dei Rubini, Irene, per poi trasferirsi a Malavedo (Lecco). Nel 1878 la scomparsa di Henry dopo la quale Irene Falck Rubini gli succedette nella gestione della ferriera. A questo punto un nuovo cambio di poltrone con il figlio Giorgio Enrico, appena 21enne, che nel 1887 subentrò alla madre.

 

All’alba del Ventesimo secolo

Il 26 gennaio 1906 in Piazza della Scala 3, nella sede della Banca Commerciale Italiana, Angelo Migliavacca, proprietario della Ferriera di Vobarno, Giorgio Enrico Falck, lo zio Filippo Rubini, Emilio Tansini, Francesco Queirazza e due procuratori della banca costituirono la Società anonima acciaierie e ferriere lombarde (6 milioni di lire di capitale), che comprendeva la ferriera di Dongo, quella di Vobarno e i primi terreni (12 ettari a ridosso della ferrovia), a Sesto San Giovanni per la costruzione del complesso siderurgico. Giorgio Enrico Falck fu nominato a questo punto vicepresidente e consigliere delegato.

Nel nuovo stabilimento di Sesto San Giovanni, l’Acciaieria Martin‑Siemens sarebbe diventata il fulcro dell’attività produttiva. Il primo forno fu acceso nel 1908. Un’altra data importante per lo sviluppo del gruppo fu il 1911 quando la società rilevò la ferriera di Milano fuori Porta Romana. Subentro però la grande guerra e una delle prime risorse a mancare fu l’energia elettrica. A partire dal 1917, insieme allo sviluppo degli impianti, la società diede inizio alla realizzazione di una catena d’impianti idroelettrici al fine di alimentare gli stabilimenti di Sesto San Giovanni.

 

Il Secondo dopoguerra

Nel 1946 Giorgio Enrico lasciò la guida del gruppo al figlio Enrico che, dopo appena due anni, decise di dedicarsi alla vita politica. Alla scomparsa di Enrico nel 1953, il testimone fu preso dal secondogenito Giovanni che, fino al 1971, guidò la società verso l’espansione. Con una produzione fino a 1,2 milioni di tonnellate d’acciaio, Falck arrivò così a guadagnarsi la posizione di primo produttore privato italiano. E se gli anni Cinquanta furono gli anni dei grandi investimenti, agli inizi degli anni ’60 Falck raggiunse a Sesto San Giovanni la massima espansione territoriale: tre milioni di metri quadri di superficie con 385.000 mq. Nel 1963 un altro importante record: sotto la presidenza di Giovanni Falck furono ammesse le azioni della società alla quotazione presso la Borsa Valori di Milano: Falck è stata la prima realtà siderurgica italiana quotata in Borsa. Nel 1970 succedette a Giovanni Falck suo fratello Bruno, anche lui ingegnere ed esperto d’impiantistica.

 

LA SVOLTA GREEN
Negli anni ’70 furono rimescolate le carte. Complice la crisi energetica del 1973 che determinò un aumento del prezzo del greggio e dei suoi derivati, nel biennio ’80-’81 scomparve la maggior parte delle aziende siderurgiche italiane. Alla fine del 1982 la terza generazione subentrò nella gestione della società con Alberto, figlio di Enrico, nominato presidente e Giorgio, figlio di Giovanni, vice e consigliere delegato. I due non potevano essere più diversi: serio e posato il primo, fuori dagli schemi il secondo. Dopo la crisi della siderurgia, dagli anni settanta in poi la Falck si spostò nel mercato delle energie rinnovabili tramite la controllata Sondel fino al 2000, quando divenne la sua principale attività. All’inizio del 1996, l’indebolimento della compagine azionaria determinatasi con l’uscita di Giorgio Falck dall’azionariato portò alla scalata della Tassara alla Falck. A questo punto si raggiunse un accordo con Giovanni Agnelli per scindere la Falck e da allora si continuarono a sviluppare le energie rinnovabili. Oggi il gruppo ha 36 impianti con una capacità installata di 964 MW in Italia, Regno Unito, Stati Uniti, Spagna e Francia, e produce oltre 2 miliardi di KWh di energia all’anno. A novembre 2012 si concluse il progetto di consolidamento di tutte le attività di produzione di energia da fonti rinnovabili del gruppo Falck all’interno di Actelios SpA, che acquisì il nome di Falck Renewables SpA, divenendo uno dei più importanti pure player del settore nel panorama europeo. E’ notizia recente che un progetto di agrivoltaico di proprietà di Falck Renewables verrà realizzato a Scicli, in provincia di Ragusa. La costruzione dell’impianto, che combinerà produzione agricola ed energia rinnovabile, si estenderà su un terreno di 22 ettari. Ma a questo punto il timone passa in altre mani.

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