Il Private Equity continua a correre

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di Redazione 8 Marzo 2022 | 15:01

Il private equity ha toccato nuovi massimi nel 2021: il valore delle operazioni di buyout è cresciuto di oltre il 90% rispetto al 2020, superando quota 1.100 miliardi di dollari, spinto dalla dimensione dei deal, più che dal loro numero. Il valore delle operazioni di buyout batte anche il precedente record del 2006 (804 miliardi di dollari). Per la prima volta, la dimensione media delle operazioni ha superato la soglia di 1 miliardo di dollari, con un incremento del 57% rispetto all’anno precedente, con il numero di operazioni di valore superiore a 1 miliardo che è raddoppiato.

Queste sono le principali evidenze emerse dal 13° Report annuale sul Private Equity globale di Bain & Company, il principale consulente strategico per gli investitori di private equity.

“Nel 2021, l’Italia ha messo a segno una performance brillante, in linea con il trend globale: il valore totale dei deal si è attestato a 30 miliardi di dollari, con un incremento del 75% rispetto al 2020 (17 miliardi). Anche la dimensione media delle operazioni è cresciuta significativamente negli ultimi 4 anni, nonostante lo scorso anno si sia contratto il numero di deal. In termini di liquidità disponibile, invece, si sono registrati 12 miliardi di dollari, contro i 15 miliardi dell’anno precedente. In termini di settori merceologici, il numero di deal è distribuito in modo sostanzialmente bilanciato tra i vari settori, con infrastrutture, beni industriali, tecnologia e healthcare che hanno vissuto una stagione particolarmente positiva”, commenta Roberto Fiorello, responsabile italiano della practice Private Equity di Bain & Company.

Una delle ragioni dietro il forte boom del valore delle transazioni globali del 2021 è l’ingente quantità di capitale disponibile sul mercato. Dopo 10 anni di crescita costante, la liquidità ha stabilito un nuovo record, salendo a 3.400 miliardi di dollari a livello globale, con circa 1.000 miliardi di dollari nei fondi di buyout. Questa disponibilità è stata responsabile di un improvviso e significativo aumento dei deal public-to-private (P2P), soprattutto in Nord America e nella regione Asia-Pacifico.

Le privatizzazioni hanno assorbito 469 miliardi di dollari a livello globale (+57% sul 2020). Rispetto all’ultima volta che il mercato ha visto un aumento di queste dimensioni delle operazioni P2P – nel periodo immediatamente precedente la crisi finanziaria globale – oggi c’è un elemento di differenza: la dimensione più ridotta delle operazioni P2P, spesso concluse, rispetto agli ampi consorzi di acquirenti del passato, da una o due parti con una profonda esperienza nel settore.

La spinta che ha caratterizzato l’attività delle società di buyout (che oggi rappresentano il 19% dell’attività di M&A) ha tuttavia un costo: i multipli medi dei buyout sono saliti a 12,3x in Nord America, e a 11,9x in Europa. L’aumento del livello dei prezzi potrebbe anche riflettere la ricerca di specializzazione da parte di molti investitori, specialmente nel settore tecnologico, in continua espansione. Un buyout su tre coinvolge oggi un’azienda tech. Il Report registra una crescita in comparti dove la sovraperformance è sempre più legata alle competenze tecnologiche: fintech, healthcare e business services.

Oltre agli investimenti, anche le exit hanno raggiunto nuovi massimi: complessivamente, i fondi di buyout hanno ceduto 957 miliardi di dollari di asset a livello globale, un dato che ha raddoppiato la performance già solida del 2020 e superiore del 131% alla media quinquennale.

I deal delle Special-Purpose Acquisition Company (SPAC) sono stati particolarmente significativi, in crescita del 325% rispetto all’anno precedente, a quota 158 miliardi di dollari.

“A livello globale, dati i prezzi elevati pagati nel 2021, i deal sponsor quest’anno saranno maggiormente sotto pressione per ottenere risultati”, spiega Fiorello. “Le possibilità di successo sono più elevate per le aziende con un lungo track record nel proprio settore. Per generare rendimenti in un periodo di alta tensione come quello attuale, è fondamentale che i dealmakers comprendano appieno i fattori microeconomici, le leve di creazione di valore e i rischi che stanno sottoscrivendo”.

La performance del private equity si è mantenuta solida nel 2021: i fondi di buyout, in media, hanno generato un Internal Rate of Return (IRR) netto aggregato superiore rispetto ai mercati pubblici, offrendo un’esposizione più ampia, minore volatilità e rendimenti migliori nel tempo. Il 95% dei Limited Partners (LP) intervistati da Preqin nel quarto trimestre del 2021 ha dichiarato che la performance del proprio portafoglio di private equity ha soddisfatto o superato le aspettative.

Anche il fundraising ha registrato numeri da record lo scorso anno: i fondi globali raccolti in tutto lo spettro del capitale privato hanno toccato quota 1.200 miliardi di dollari, il livello più alto mai raggiunto. I fondi di buyout hanno raccolto 387 miliardi di dollari nel 2021, mettendo a segno il secondo miglior risultato di sempre. Quasi il 90% degli LP intervistati da Preqin nel 2021 prevede di aumentare o mantenere la propria esposizione al private equity quest’anno, e il 95% di essi è convinto di farlo anche nel lungo termine.

Certamente alcuni fattori macroeconomici, come l’attuale guerra russo-ucraina, possono iniettare elementi di rischio da ponderare con attenzione. “Gli effetti a catena del conflitto ucraino si sentiranno per qualche tempo, e non solo nell’area interessata. L’impatto più immediato sarà sulle forniture energetiche, ma in questo contesto caotico, per gli investitori sarà difficile scommettere su uno scenario piuttosto che su un altro. Di contro, gli investitori di private equity dovranno prevedere una gamma di scenari più ampia del solito e osservare il continuo evolversi degli eventi. Per questo motivo abbiamo identificato alcuni trend da monitorare nel 2022”, prosegue Fiorello.

Infine, il Report evidenzia uno spostamento dell’attività di dealmaking verso l’Asia, diventata la seconda regione per AuM nel Private Equity, con un peso del 30% sull’attività globale.

Colmare il gap sul fronte ESG

Gli investitori stanno poi riscontrando difficoltà nel monitoraggio dei criteri ESG: la mancanza di standard specifici e di best practice in materia ostacola la loro capacità di valutare in modo coerente la performance ESG dei portafogli di Private Equity, pur considerando questo tema come fondamentale per guidare e gestire la propria asset allocation. È quanto emerge da un sondaggio condotto da Bain in collaborazione con Institutional Limited Partners Association (ILPA): circa il 70% degli LP ha incluso i criteri ESG nelle proprie politiche di investimento. Di questi, circa l’85% ha una politica ESG specifica relativa alle allocazioni di Private Equity, e queste politiche riguardano circa il 76% degli AuM di private equity. Il 93% dei Limited Partners disinvestirebbe se un asset registrasse un problema sotto il profilo ESG.

Catturare l’onda di crescita del software

Un altro trend è quello legato al boom della tecnologia: i deal nel settore, nel 2021, hanno rappresentato il 31% del volume totale, con un valore pari a 284 miliardi di dollari. Il comparto che ha registrato l’interesse più significativo è quello del software, protagonista del 90% dei deal. L’appetito degli investitori per software e tecnologia B2B continua a crescere, anche in virtù della loro performance: infatti, queste realtà si sono rivelate in realtà meno rischiose e volatili di altri investimenti. Il software ha sovraperformato rispetto ad altri investimenti di private equity, con circa il 60% delle operazioni che ha reso 2,5 volte l’investimento iniziale o più, e con meno write-off rispetto ad altri settori.

La sfida dell’inflazione

Infine, va considerata la sfida dell’inflazione, un nuovo fattore emerso quest’anno, con livelli mai visti negli ultimi 40 anni. “Per quanto transitorio possa essere questo periodo inflazionistico, la reazione della Fed e di altre banche centrali influenzerà il dealmaking, adesso e nei prossimi mesi. Una cosa è certa”, conclude Fiorello, “in questo momento General Partners e Limited Partners stanno sviluppando diversi approcci per gestire l’inflazione, con gli investitori che cercano di proteggere i propri margini e i rendimenti futuri”.

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