Consulenza, cinque proposte per migliorare davvero il wealth management

Le cinque proposte esposte nel presente articolo sarebbero in grado di migliorare i servizi di investimento offerti agli investitori e di aumentare il grado di trasparenza del settore finanziario.

Il regolatore e gli intermediari negli ultimi anni hanno impiegato le proprie risorse prevalentemente per affrontare il tema ESG, tralasciando altri aspetti che ritengo essere di estrema rilevanza. Di seguito riporto cinque proposte, possibili da implementare nel breve termine, che tuttavia difficilmente verrebbero realizzate, o comunque proposte al regolatore, su iniziativa degli operatori di settore senza una specifica richiesta normativa.

Parametri MiFID di rischio mercato non pro-ciclici – Per la definizione del rischio di mercato in ambito MiFID diverse banche usano come principale indicatore il value at risk (VaR). Tale coefficiente tende tuttavia a sottostimare il rischio nelle fasi positive dei listini ed a sovrastimarlo in quelle negative. Se si correlassero i parametri di rischio mercato a metriche di valutazione non legate al momentum, rapportando il loro valore attuale con quello medio degli ultimi 5-10 anni, si potrebbe ridurre l’esposizione massima al rischio, per i diversi profili MiFID, a fronte di mercati sopravvalutati, ed aumenterla nei periodi di sottovalutazione degli indici. Per gli investimenti azionari si dovrebbero utilizzare il price to earnings ratio (PE), il price to book (PB) ed il price to cash flow (P/CF), nella versione cyclically adjusted, per quelli obbligazionari lo yield to worst (YTW), il tasso di interesse reale, il default rate, il benchmark spread, il livello di indebitamento assoluto e la sua variazione nel corso del tempo.

Parametri MiFID di rischio concentrazione – Il rischio di concentrazione dovrebbe essere completamente rivisto ed ampliato ricomprendendo un maggior numero di parametri quali le esposizioni sulla singola società e sul gruppo di appartenenza, l’area geografica di costituzione e di provenienza dei ricavi, il settore di attività e la sensitività degli utili all’andamento dell’economia reale, per tutte le posizioni, inclusi fondi ed Etf di qualsiasi categoria, detenute dai clienti. Le banche non effettuano il look through degli strumenti del risparmio gestito e questo costituirebbe pertanto una svolta estremamente significativa per la gestione del rischio. Andrebbero inoltre ricompresi i coefficienti inclusi nel calcolo del rischio di mercato in precedenza esposti (PE, PB, P/CF, YTW, ecc.), in modo da poter avere portafogli con un livello di diversificazione sotto diversi aspetti, incluse le strategie d’investimento.

Disclosure sui rendimenti attesi – Il disclaimer che i rendimenti passati non siano indicativi di quelli futuri non riesce ad evitare che i risparmiatori si orientino su prodotti che hanno ottenuto performance maggiori. Per limitare questo fenomeno sarebbe utile riportare all’interno della documentazione di marketing e d’offerta, chiaramente con tempistiche di aggiornamento differenti, i parametri relativi all’attuale posizionamento del portafoglio, al pari del ritorno a 1, 3 e 5 anni, in precedenza ottenuto, a fronte delle correnti valutazioni di PE, PB, P/CF e YTW. In questo modo gli investitori potrebbero focalizzarsi maggiormente sui rendimenti attesi, invece che su quelli passati, e si attenuerebbero gli effetti distorsivi degli inevitabili periodi di euforia e pessimismo.

Pubblicità del rendimento dei fondi consecutiva per tre anni – Numerosi studi evidenziano come i migliori fondi in un determinato periodo (solitamente viene preso in esame l’orizzonte temporale di tre anni) non si confermino tali nel successivo arco temporale. Inoltre, il fenomeno di regressione verso la media risulta ben documentato in molti ambiti. Ciononostante, non si è riusciti a ridurre la prassi condivisa di vendere le performance anziché le strategie di investimento. Parte della politica commerciale delle case di gestione risiede nell’aver a catalogo un gran numero di strumenti, su diversi mercati, in modo da poter essere sempre in grado di offrire prodotti che hanno registrato ottimi rendimenti ed eventualmente liquidare o fondere i peggiori. A riguardo invito i lettori a ricordare se abbiano mai partecipato ad un road show o ricevuto una newsletter dove venivano presentati fondi sotto benchmark. Un elemento evidente della crescente finanziarizzazione della nostra società risiede nell’elevato numero di pubblicità di fondi in luoghi pubblici (autobus, stazioni metro e ferroviarie, ecc.). Al fine di limitare il fenomeno di vendita delle performance ed aumentare la coerenza del mezzo pubblicitario con l’orizzonte temporale e le esigenze dei retail, qualora il committente riportasse nell’inserzione i risultati del fondo, si dovrebbe obbligare questi a ripetere, sul medesimo canale, per tre anni consecutivi, la stessa tipologia di pubblicità aggiornando periodicamente le performance. Il rischio di dover sostenere dei costi per promuovere prodotti, magari con cali a doppia cifra, porterebbe senza dubbio ad una maggiore attenzione da parte dei fund manager nelle politiche di marketing.

Pubblicazione dell’investor return – Sono ben documentate le sottoperformance dei risparmiatori a causa di un cattivo market timing. Questi riescono a registrare perdite in mercati rialzisti e su fondi che hanno offerto per diversi anni rendimenti positivi. Le metriche di volatilità e risk adjustment attualmente indicate sono poco comprensibili ai retail e colgono solo in parte il legame tra flussi di raccolta e risultati dei fondi. Si potrebbe riportare, all’interno del materiale di marketing e nella documentazione d’offerta, la pubblicazione dell’investor return medio, in aggiunta ai dati di performance già disponibili. In questo modo l’investitore avrebbe un maggiore livello di consapevolezza e vi sarebbe un marcato aumento nella professionalità del canale di vendita dei fund manager. Questi, infatti, sarebbero portati a meglio identificare il target di distribuzione e fornire informazioni estremamente precise sulla strategia sottostante ad investitori e collocatori, per evitare che aumenti di volatilità portino ad ingenti disinvestimenti. Per il calcolo dell’investor return non vi è una metodologia condivisa e senza dubbio sarebbe, in una fase iniziale, piuttosto complicato il suo calcolo, ma comporterebbe un enorme aumento di trasparenza del settore finanziario.

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