Criptovalute nel mirino del Fisco

Federico Rasi* *Name partner dello studio Visentini Marchetti e Associati

 

 

L’art. 1, commi da 126 a 147, Legge di Bilancio 2023, fornisce, dopo una lunga attesa, una disciplina sufficientemente esaustiva delle valute virtuali. Ma vi è di più. Il legislatore è andato oltre la scelta di delineare solo il trattamento fiscale del bitcoin, dell’ethereum e delle altre cripto-valute, ma ha stabilito la disciplina di tutte le “cripto-attività” ovverosia di tutto ciò che costituisce “una rappresentazione digitale di valore o di diritti che possono essere trasferiti e memorizzati elettronicamente, utilizzando la tecnologia di registro distribuito o una tecnologia analoga”.

 

 

In linea con l’Ocse

Si ricava l’impressione che il legislatore abbia voluto meritoriamente affrontare l’argomento adeguandosi alle conclusioni raggiunte dal Crypto-Asset Reporting Framework dell’Ocse o dalla proposta di regolamento relativo ai mercati delle cripto-attività COM/2020/593 (cosiddetta MiCA), ove sono ricondotti nel novero delle cripto-attività beni la cui “esistenza” dipende da registri distribuiti protetti crittograficamente. Da tali documenti risulta che l’elemento che, a livello internazionale, connota le cripto-attività e le definisce è proprio la loro dipendenza da una blockchain. Così è ora anche per l’Italia.

Si tratta di un aspetto di non scarso rilievo in quanto esso condiziona la disciplina fiscale: le valute virtuali, differentemente da quanto delineato dalla prassi dell’Amministrazione finanziaria che si stava consolidando, non sono più assimilabili a valute estere, ma diventano un bene autonomo soggetto a uno specifico regime fiscale. Allo stesso modo, la disciplina fiscale degli Nft finisce per prescindere dal bene sottostante e dalla disciplina giuridica che può avere per ricevere regole fiscali proprie e autonome.

 

Il regime fiscale

Per effetto della Legge di Bilancio, sono così ora tassate, almeno ai fini dell’imposizione diretta, le plusvalenze o gli altri proventi che derivano dal rimborso o dalla cessione a titolo oneroso, dalla permuta o dalla detenzione di cripto-attività, purché di importo non inferiore complessivamente a 2mila nel periodo d’imposta. Tecnicamente, tali plusvalenze o proventi sono ricondotti nella categoria dei redditi diversi, di cui costituiscono un autonomo presupposto impositivo, per essere poi assoggettati a tassazione sostitutiva del 26% secondo i noti regimi “della dichiarazione”, del “risparmio amministrato” e del “risparmio gestito”.

Se, fino ad ora, dunque, l’interprete (ivi compresa innanzitutto l’Agenzia delle entrate) procedeva in via analogica individuando il regime fiscale delle “rappresentazioni digitali di valore basate su registri distribuiti e protetti crittograficamente” sulla base dei beni ad esse sottostanti, ora tali rappresentazioni sono beni autonomi assoggettati a uno specifico regime. Accade allora che la cessione di un’opera d’arte (al di fuori del regime di impresa) non genera proventi tassabili, mentre la cessione di un’opera d’arte crittografata li genera; le operazioni su valute estere sono tassate superate soglie diverse da quelle applicabili alle operazioni in cripto-valute.

 

La blockchain fa la differenza

L’unica giustificazione a questo assetto è che la tecnologia blockchain è l’elemento che giustifica, anzi impone, l’adozione un regime di tassazione specifico rispetto a quelli fino ad oggi noti.

Viene altresì fornita la precisazione per cui “non è tassata la permuta tra cripto-attività aventi eguali caratteristiche e funzioni”, sicché “è tassata la permuta tra cripto-attività aventi diverse caratteristiche e funzioni”. Salvo auspicabili chiarimenti da parte dell’Amministrazione finanziaria, l’effetto di tale norma è che presumibilmente sarà tassato l’utilizzo di una cripto-attività per l’acquisto di qualunque altro bene o servizio o l’utilizzo di una valuta virtuale per l’acquisto di un Nft. Ciò obbligherà i contribuenti a prestare una particolare attenzione: se si diffonderanno simili tipologie di scambi, allora queste operazioni potranno determinare il realizzo della cripto-attività impiegata e la potenziale emersione di una plusvalenza tassabile.

 

Criteri per determinare il valore

Il legislatore prevede altresì che i redditi derivanti da cripto-attività siano costituiti dalla differenza tra il corrispettivo percepito ovvero il valore normale delle cripto-attività permutate e il costo o il valore di acquisto. Si apre così un altro degli scenari che la novella normativa pone: determinare il valore di tale attività. Il tema assume una grande rilevanza in quanto il riferimento al “valore” è utilizzato anche per fini ulteriori rispetto alla tassazione Irpef; serve, infatti, per assoggettare tali cripto-attività al monitoraggio fiscale, all’imposta di bollo, alla neo-introdotta “Imposta sul valore delle cripto-attività” (Ivaca). Dal momento che determinare il valore di tali attività diventa cruciale a fini fiscali e le indicazioni fornite dal legislatore non sono molte, né perfettamente adattabili a tutti gli ambiti impositivi cui si riferiscono, l’Agenzia delle entrate dovrà intervenire al più presto.

 

Chiarimenti necessari

Allo stesso modo, la stessa Amministrazione dovrà chiarire la portata della norma che dispone il realizzo automatico delle plusvalenze relative a operazioni aventi ad oggetto cripto-attività, comunque denominate, eseguite prima del 1° gennaio 2023. Questa disposizione ha sollevato non pochi dubbi in quanto rischia di tassare retroattivamente operazioni che, fino al 31 dicembre 2022, non si riteneva fossero tassate, ma che acquisiscono piena rilevanza fiscale solo dal 1° gennaio 2023.

Nonostante tali “pecche”, oltre che di altre (come una disciplina lacunosa sul punto dei criteri alla luce dei quali considerare prodotti in Italia o all’estero i redditi da cripto-attività), il legislatore italiano dimostrare di superare le posizioni “di retroguardia” che erano state fino ad ora adottate (le uniche adottabili in assenza di norme di diritto positivo) con una disciplina del tutto “d’avanguardia”.

I dubbi che questo innovativo approccio porta con sé sono inevitabili; ciò nonostante, è opportuno che i chiarimenti e le integrazioni che la novella normativa richiede (e gli operatori pretendono) arrivino al più presto. Nel fornirli, vi sarà certamente un punto fermo: non si è di fronte all’ammodernamento di “vecchi” beni, ma si ha a che fare con “nuovi” beni dotati di una propria e precisa connotazione.

 

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