Banche, la competizione si sposta sui beni immateriali

Angelo Deiana

 

Nei processi di grande trasformazione che sono in corso nel mondo bancario e finanziario è importante sottolineare che il battleground delle banche del futuro non è fatto solo dall’offerta. Il problema è che c’è anche la domanda e un profondo cambiamento generazionale fatto di sostituzione del sistema dei “baby boomers”, ancora molto ricco in termini affluent/private, con i nuovi Millennials, giovani, tecnologici e con prospettive diverse rispetto al passato.

 

Priorità alla protezione del patrimonio

Ma, detto questo, i millennials non sembrano tanto diversi rispetto ai clienti precedenti: anche loro vogliono proteggere il proprio patrimonio (se hanno la fortuna di averne uno), assicurarsi una rendita e diversificare i propri investimenti. Tutto vero, ma si tratta di un mondo che deve fare i conti con la gestione delle proprie finanze: la purtroppo scarsa cultura finanziaria e il fatto di vivere in un periodo di grande instabilità economica li connota in termini di forte avversione al rischio, per di più accentuata dalla pandemia e dalle guerre con i loro trend di possibile permacrisi.

E questo anche perché gli investitori più giovani sono nativi digitali e, dunque, più propensi alla disintermediazione e a fare uso di strumenti online, anche perché preoccupati per possibili commissioni ombra nel servizio erogato che non sono in grado di comprendere. Ecco perché, spesso, competenze tecnologiche e trasparenza nei costi sono due fattori che potrebbero orientare sempre più persone ad affidarsi alle nuove challenger bank per trovare un’esperienza più digitale e personalizzata e una migliore customer experience in termini di “value for money”.

 

Il ruolo dell’interazione tecnologica

Quale offerta di valore può allora attrarli? Una sola, semplice: approccio integrato in termini di interazione tecnologica, commissioni ridotte per i prodotti passivi, più servizi complementari come la possibilità di accedere a investimenti specializzati o alternativi, ricevere raccomandazioni altamente personalizzate per prodotti e servizi specifici o di avere una maggiore varietà di opzioni d’investimento.

D’altra parte, anche nel lato corporate, un dato è certo: le imprese del mondo immateriale, quelle che rappresentano il software del capitalismo intellettuale, pongono un problema strategico al mondo delle banche tradizionali perché un numero crescente di imprese non si affida più alle banche per ottenere prestiti. Questo perché le imprese “di prima” erano proprietarie di asset tangibili (macchinari, capannoni ed altri prodotti) rispetto ai quali le banche erano felici di prestare i loro capitali che potevano recuperare, in caso di inadempienza, rifacendosi su quei beni. Ma i beni immateriali come i software – tipico esempio di asset intangibili – non possono essere facilmente registrati come garanzia per un prestito bancario.

 

L’era della data driven economy

Insomma, più cresce la data driven economy e più si avvicina la fine del business del credito tradizionale perché gli asset sempre più intangibili delle imprese allontanano le banche dalla loro prima fonte di guadagno: i prestiti. Allo stesso tempo, l’uso sempre più intenso dei mezzi di pagamento digitali detenuti da terzi, allontana dalla banca anche i flussi di cassa, cancellando progressivamente il rapporto di intermediazione con la clientela.

Un mondo nuovo in cui sarà necessario evolversi per non estinguersi.

Vuoi ricevere le notizie di Bluerating direttamente nella tua Inbox? Iscriviti alla nostra newsletter!