Warren Buffet e gli altri segnali che ci allertano su una possibile correzione

Il mercato azionario americano a maggio non dava l’idea di essere sul punto di correggere e infatti l’indice S&P 500 si è riportato sui massimi.
Rimango comunque  sorpreso dalla forza dell’equity dimostrata finora quest’anno, soprattutto considerando che i tagli dei tassi ampiamente attesi non si sono concretizzati.

Perché dunque gli indici non scendono, nonostante il mancato sostegno della Fed?

A quanto pare, gli operatori sembrerebbero scontare ancora una situazione comunque buona dello stato della economia americana che, nonostante i tassi elevati, si sta dimostrando più che resiliente, visti anche gli utili dell’ultimo trimestre. Una sorta di “goldilock economy” seppur in un contesto di maggior inflazione. Ovviamente non tutti la pensano allo stesso modo, tanto  che ci sono alcuni gestori importanti che sostengono, invece, che la situazione non sia poi così rosea e che nei prossimi sei mesi assisteremo a un raffreddamento dei principali indicatori economici.

A sostegno di questa tesi, possiamo confermare che nelle ultime conf-call moltissimi manager di aziende quotate, nel tentativo di mantenere i margini di profitto, hanno anticipato tagli dei costi nel prossimo futuro che si rifletteranno inevitabilmente sul mercato del lavoro. Pertanto, dovrebbe incidere negativamente proprio su quella forza dei consumatori americani che ha sostenuto in maniera così importante il ciclo, con la conseguenza di mettere in pausa il circolo virtuoso (mercato lavoro forte/ alti consumi / alti utili) che ha messo le ali ai mercati azionari.

Nonostante inizi ad intravedersi qualche segnale, ogni bad news viene interpretata positivamente perché subito si pensa ad un avvicinamento dei tagli della Fed.

Di recente Warren Buffet ha portato al record storico la liquidità della sua holding, proprio nel momento in cui quella media dei gestori americani si trova invece al suo livello minimo. Questo fatto, di solito, si verifica storicamente prima delle correzioni.

Se ci troviamo alla vigilia di una fase discendente in tutta onestà non ne ho idea, tanto che continuo ad avere un atteggiamento agnostico nei confronti dei listini azionari, limitandomi ad osservarne la forza senza dimenticare di avvalermi di eventuali protezioni che non siano troppo costose.

Noto però che quando i tassi del decennale americano superano il 4,6% anche l’indice S&P 500 comincia a innervosirsi e questo mi conferma che il vero rischio rimane l’inflazione.

E poiché parliamo di inflazione, non possiamo non guardare alle materie prime che sono volate in parecchi settori  e potrebbero essere il terzo incomodo  a spezzare la de correlazione tra equity e bond . Vedremo se anche questa volta avrà avuto ragione Warren Buffet.

A cura di Michele De Michelis, responsabile investimenti di Frame AM

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