L'Italia tocca il fondo nella classifica della Banca Mondiale

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di Giacomo Berdini 9 Settembre 2009 | 09:20
Pubblicata la classifica della Banca Mondiale sulle condizioni dell’attività d’impresa. L’Italia è tirata sul fondo dalla lentezza della burocrazia e dalla pesantezza delle pratiche fiscali per il pagamento delle imposte. La mancanza di riforme in risposta alla crisi non fa decollare le imprese.

In Italia l’attività d’impresa è ferma. A rivelarlo è uno studio della Banca Mondiale che, attraverso l’International finance corporation, ha pubblicato in data odierna la classifica annuale “Doing Business”, nella quale il nostro paese figura al 78esimo posto delle nazioni industrializzate dell’Ocse, davanti soltanto alla Grecia.

La classifica esamina il peso della burocrazia nelle fasi di apertura e avvio di attività economiche, prendendo in considerazione l’accessibilità al credito, i pagamenti delle imposte e la situazione del commercio internazionale.
In Italia si evidenzia una netta carenza di riforme microeconomiche volte a facilitare le piccole e medie imprese, riforme che hanno caratterizzato altrove la risposta alla crisi. Ed è proprio questo aspetto che ha spinto la nostra nazione nello scivolone verso il fondo della classifica, come è specificato nel rapporto della Banca Mondiale che commenta lo status italiano semplicemente con “nessuna riforma”.

Sono i tempi biblici richiesti dalla giustizia civile e la conseguente impossibilità di far rispettare i contratti, che penalizzano l’iniziativa d’impresa.
Al secondo posto delle pecche italiane è evidenziato il problema del pagamento delle imposte, non solo per l’aliquota che sfiora il 70% ma anche per la lunghezza del procedimento necessario all’assolvimento degli obblighi fiscali, che richiedono più ore di quante se ne possano dedicare.

“Neanche la crisi globale è bastata a sbloccare le riforme per incoraggiare le attività economiche italiane”, ha commentato per il Sole 24 Ore Sylvia Solf , economista dell’Ifc e redattrice del rapporto, facendo notare come in altri paesi la crisi sia stata occasione per sostenere mutamenti che in altri tempi sarebbero stati più difficili da promuovere.
In cima alla lista dei riformatori si trovano infatti molti tra i paesi più colpiti dalla recessione economica, ma anche nazioni che già erano in possesso di condizioni ottimali, come Singapore che è in testa alla classifica, hanno messo in atto riforme.
L’Italia risulta arretrata e irrigidita nei suoi lenti processi burocratici, che immobilizzano il mercato del lavoro.
 

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