Osservatorio UniCredit: intermediari aiutino gli italiani a risparmiare meglio

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di Redazione 16 Ottobre 2012 | 13:49
La presentazione dello studio è stata accompagnata da un dibattito in cui cinque protagonisti del risparmio hanno parlato della propensione delle famiglie italiane a mettere da parte e investire dei capitali.

UN PAESE RICCO MA FOCALIZZATO SUL BREVE – L’Italia è ancora un Paese ricco in termini di risparmio privato, con uno stock di ricchezza delle famiglie, al netto delle passività finanziarie, pari a 8.500 miliardi di euro – circa 140 mila euro pro capite – che equivale a oltre 7,8 volte il reddito lordo disponibile e 5,4 volte il pil. Ma la stragrande maggioranza degli investimenti è concentrata sul brevissimo termine.

LA MISSIONE DELL’INDUSTRIA DEL RISPARMIO – Per questo l’industria del risparmio gestito è chiamata ad aiutare gli italiani non tanto a risparmiare di più, quanto piuttosto a risparmiare meglio, dirottandoli su investimenti di più lungo termine, anche alla luce del cambiamento del quadro pensionistico, che ha in un certo senso privatizzato la responsabilità previdenziale. Questi i temi discussi dal panel seguito alla presentazione della prima edizione dell’Osservatorio del Risparmio, realizzato da UniCredit in collaborazione con Pioneer Investments e intitolato “famiglie che resistono e famiglie alla ricerca di nuovi modelli di risparmio”.

I PROTAGONISTI DEL PANEL –  Protagonisti del dibattito, cinque nomi noti nel mondo della finanza e del risparmio: Domenico Siniscalco, presidente di Assogestioni, Giordano Lombardo, cio e deputy ceo di Pioneer Investments, Marco Onado, ex commissario della Consob e attualmente professore presso il dipartimento di Finanza dell’Università Bocconi, Riccardo De Bonis, dirigente del servizio statistiche economiche e finanziarie di Banca D’Italia e Roberto Nicastro, direttore generale di UniCredit.

FORMAZIONE, FIDUCIA E PSICOLOGIA –
Provando a ridurre i loro interventi a un denominatore comune, quello che emerge è la necessità di imparare a gestire la componente psicologica del risparmio, di fare educazione finanziaria per consentire agli investitori di prendere decisioni più informate e consapevoli e di riconquistare la fiducia dell’investitore stesso, rifocalizzando l’attenzione sulle sue esigenze.

OFFRIRE SOLUZIONI, NON PRODOTTI –
“Nonostante gli ultimi cinque anni siano stati caratterizzati da una crisi finanziaria senza precedenti, siamo ancora oggi un Paese ricco, ma che risparmia sempre meno e con una ricchezza molto immobilizzata”, ha osservato Roberto Nicastro: il saggio di risparmio lordo delle famiglie italiane è infatti passato dal 21,9% nel 1995 al 12% a fine 2011, riporta lo studio. E anche per il 2012 si prevede una riduzione all’11,3%. Inoltre le scelte di risparmio sono rese ancora più complesse dale incertezze occupazionali dei giovani e dai timori sull’integrazione dei propri redditi da pensione. Come possono contribuire in questo scenario gli intermediari finanziari per migliorare la situazione? “L’industria del risparmio gestito può intervenire su tre direzioni”, risponde Lombardo: “diversificando maggiormente l’offerta – dal momento che non esistono più asset class prive di rischio – offrendo soluzioni e anziché singoli prodotti, e lavorando insieme a collocatori e distributori per migliorare il servizio”.

DUE ESIGENZE DA CONIUGARE – L’evoluzione dello stock del risparmio in Italia – ha aggiunto Nicastro – “impone importanti riflessioni alle banche, che si trovano di fronte a due esigenze da conciliare: da un lato la fondamentale importanza di costruire portafogli in linea con le esigenze e il profilo di rischio degli investitori dall’altro avere  la consapevolezza che l’Italia è un Paese fatto di piccole imprese, le quali hanno bisogno di credito tipicamente in forma bancaria, per cui la raccolta di deposito da parte delle banche è fondamentale per finanziare l’economia delle imprese e dell’Italia stessa”.

IL RILANCIO DELL’EXPORT – Mantenendo il fous sulle imprese, gli autori dello studio sottolineano come la strada per un ritorno al riequilibrio passi necessariamente attraverso una riduzione dei gap in produttività e competitività delle imprese nazionali. Di qui la necessità di insistere sul rilancio dell’export, in grado di riequilibrare i conti con l’estero ma anche di fornire la prima scossa al motore della crescita.

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