Promotori, Bufi (Anasf): tiriamo fuori le risorse per puntare sui giovani

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di Maria Paulucci 19 Aprile 2013 | 12:30
Dal Salone del Risparmio di Milano, il presidente dell’associazione ribadisce: il ricambio generazionale è una necessità e non si può più rimandare.

“Investire nei giovani vuol dire investire risorse e tempo non soltanto per prepararli ma anche per sostenerli, per dar loro modo di potere in una prima fase svolgere l’attività con un supporto anche economico, poi dare a tutti la possibilità concorrenziale di affermarsi sul mercato. Alcuni non ce la faranno, sarà inevitabile una sorta di selezione naturale. Però questo aiuterà il ricambio generazionale”. È così che la pensa ancora Maurizio Bufi, presidente di Anasf, sentito a margine del Salone del Risparmio 2013.

Però la sensazione è che le banche e le reti si stiano sempre più concentrando sul segmento dei private banker e dei promotori finanziari già molto ben “portafogliati”, mettendo un po’ da parte il discorso sui giovani.
Sicuramente questa è un’osservazione che ha la sua fondatezza. Il risparmio delle famiglie italiane è molto diffuso nonostante la crisi ed è molto appetibile dal punto di vista di chi è nel settore, come le società di raccolta del risparmio, indipendentemente poi da come questo viene finalizzato. Ora ciò sembrerebbe essere in contrasto con la necessità di investire risorse, tempo e progetti anche nel ricambio generazionale.

E in realtà non è così?

In realtà, secondo me, no. Perché sul primo versante, le società, dovendo fare legittimamente il loro business, cercano di consolidare il patrimonio e di aumentare le quote di mercato, e lo fanno andando a prendere le masse dove stanno. Magari limitando, se possibile, forme di cannibalizzazione del risparmio medesimo tra una rete e un’altra, semplicemente perché noi deteniamo il 7% del risparmio delle famiglie italiane ma il resto è della concorrenza, essenzialmente bancaria. Dall’altro però questo non vuol dire non impiegare risorse, altrimenti continuiamo a perdere del tempo prezioso, per quel ricambio generazionale che ovviamente richiede tempi più lunghi ma che è ormai indifferibile, perché altrimenti ci ritroviamo, magari tra cinque o dieci anni, nelle condizioni di un invecchiamento della popolazione, vale a dire degli stessi operatori, che a loro volta sentiranno la necessità di un ricambio generazionale. È un passaggio obbligato.

Quindi, un aspetto non esclude l’altro.
Secondo me è questa l’impostazione corretta, che tutto il sistema dovrebbe far propria. D’altra parte, le risorse per farlo ci sono, perché le società fanno utili e li fanno anche in modo significativo. Bisogna solo capire quali risorse destinare al ricambio generazionale e come.

Potete leggere il servizio completo sul numero 16 di soldi&bluerating, che sarà in edicola giovedì 25 aprile.

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