Consulenti, l’esperienza di un giovane

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di Marcello Astorri 19 Settembre 2019 | 10:40
La storia professionale di Edoardo Lamberti, giovane professionista della rete di Banca Generali

L’articolo è pubblicato nella rubrica Young talent uscita sul numero di BLUERATING di ottobre

Da laureato in ingegneria biomedica a consulente finanziario per seguire le orme del papà. È la storia del
30enne Edoardo Lamberti (nella foto), professionista della rete di Banca Generali operativo sull’area di Torino. La sua è una scelta ben poco convenzionale, che lo ha portato dalla prospettiva di un impiego sicuro a quella di un lavoro autonomo in cui bisogna guadagnarsi la fiducia dei clienti ogni giorno. “Riconosco che è stata una scelta un po’ strana”, spiega Edoardo a BLUERATING, “ma vedevo che i ragazzi che avevo conosciuto all’università seguivano percorsi professionali che li portavano a trasferirsi all’estero. Allora, prima di prendere la stessa via anch’io, ho provato a guardare più da vicino quello che faceva mio padre, che era un consulente finanziario prima in Deutsche Bank e poi, quando ha voluto fare il salto nei servizi di protezione patrimoniale, in Banca Generali”. E da lì gli si è aperto un mondo: “A scuola non si presta la dovuta attenzione
a tematiche importanti come la macroeconomia, il funzionamento dei tassi d’interesse o il ruolo delle banche centrali. Incuriosito da questo settore, ho seguito un corso intensivo per accedere all’esame da consulente. Dopodiché ho affiancato mio padre per imparare la professione”.

Partiamo dall’inizio: cosa le piace di questo lavoro?

Principalmente due cose: mi sono reso conto di quanto l’economia abbia un ruolo importante per il progresso dell’umanità, anche più della politica. E, a livello più pratico, mi piace tantissimo il lato sociale: mi dà soddisfazione aiutare il cliente a far crescere il suo patrimonio. Mi piace pure il rapporto umano che si instaura. E poi è bello poter gestire il proprio tempo, anche se il rovescio della medaglia è che non si smette mai di lavorare.

E quali sono, invece, gli aspetti più problematici?
In generale, direi che è la ricerca di nuova clientela. Ed è davvero una
sfida molto grossa per persone giovani come me. L’età ci permette di avere la capacità di usare la tecnologia meglio dei consulenti senior, ma poi ci sono altre barriere: spesso la clientela è distante due generazioni dalla mia e
ha usanze e modi di fare differenti.
Per esempio, i più anziani apprezzano molto la visita di persona e le telefonate. Mentre le persone della mia generazione gradiscono di più le e-mail e i messaggi. Inoltre, la clientela più anziana è legata a un certo bon ton: ovvero valuta positivamente il porsi in maniera formale e utilizzare una terminologia più aulica.

C’è un modo per superare queste difficoltà, qual è il suo consiglio? Solo di non preoccuparsi troppo. Bisogna buttarsi e tenere presente che a contare più di tutto sono l’umiltà e il rispetto. Alla fine, anche i clienti più anziani hanno dei nipoti e conoscono le generazioni più giovani.

Cosa dovrebbero fare le reti per agevolare il ricambio generazionale? Dal mio punto di vista, si potrebbe supportare ancor di più progetti indipendenti e startup. La nostra generazione, infatti, non vede le banche solo come un luogo dove depositare  il denaro, ma come un’opportunità di finanziamento. Per cui non sarebbe male intavolare più eventi, per dare vita a nuovi progetti con l’aiuto della banca, che magari può organizzare campagne di crowdfunding. Nei vari istituti ci sono tanti eventi legati all’arte e alla clientela più anziana. Organizzare più eventi vicini all’interesse dei giovani potrebbe essere un buon ponte per unire due mondi.

Perché i giovani fanno fatica a entrare in questo mondo?
A me ha aiutato enormemente mio padre, perché il portafoglio clienti c’era già. Il difficile è trovare la clientela, anche perché di solito tutti hanno un consulente di fiducia. Noi giovani possiamo essere più efficienti nell’utilizzo della tecnologia, ma certo non possiamo offrire lo stesso livello di esperienza dei più anziani, persone che ne hanno vissute tante e conoscono
i grandi eventi del passato. A questo, poi, deve aggiungersi il fatto che le scuole dell’obbligo formano poco alla conoscenza dell’economia. In questo contesto ci sentiamo inadeguati, ti viene da pensare: perché un cliente importante e con esperienza decennale dovrebbe scegliere di lavorare con me, un ragazzo con molta meno esperienza? Però è un atteggiamento sbagliato, perché la clientela non si aspetta che un giovane sappia spiegare le crisi dei mercati in epoche passate, da noi si aspetta solo serietà e dedizione.

Lei ce l’ha fatta, che consiglio può dare a un suo coetaneo che vorrebbe fare questo mestiere?
Gli direi di non preoccuparsi e di provarci. Perché non ci sono grossi ostacoli che ci impediscono di fare questa professione, ed è un settore che ha bisogno di menti fresche, abili a sfruttare i nuovi modi di lavorare.

Dove si vede fra 20 anni?

Mi vedo a fare il consulente, ovviamente. Ma sarò sempre più simile a un amico: so che è una parola forte, ma a mio parere la figura del professionista che si limita a offrire un investimento sta sparendo.

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