E' la fine del tunnel

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Avatar di Francesco D'Arco 22 Agosto 2008 | 13:41
La crisi non è ancora finita. Si intravede la fine del tunnel, ma la strada da percorrere è ancora lunga. Dario Negri (GDP AM SIM), Stefano Vighi (Union Investment) e Andrea Delitala (Pictet Funds) non hanno dubbi, i problemi non sono ancora stati superati, ma è comunque possibile affrontare la situazione senza farsi prendere dal panico.
Come? Guardando, ad esempio, a titoli del settore beni di lusso, e sperando in una maggiore stabilità del prezzo del petrolio. Ma soprattutto mantenendo un atteggiamento cauto verso i settori finanziari e assicurativi. Di sicuro, però, gli esperti consigliano di non fuggire dalle azioni. Se si registra un altro calo potrebbe essere il momento giusto per incrementare l’esposizione in equity.

GDP AM SIM

Inutile negare l’evidenza. La crisi legata ai mutui subprime e scoppiata un’anno fa, non può ancora dirsi conclusa. «Si è ormai estesa all’intero settore dei finanziamenti relativi al settore immobiliare – chiarisce subito Dario Negri, responsabile area gestioni di GDP AM SIM – Purtroppo al momento non si vede ancora una fine alle svalutazioni dei portafogli di crediti e alla discesa dei prezzi delle abitazioni negli Stati Uniti. La politica dei tassi bassi da parte della Federal Reserve non sta avendo i risultati sperati». Non mancano, però, i lati (pochi) positivi. «L’unico lato positivo che possiamo notare nel settore è il rallentamento delle svalutazioni da parte delle banche che però al contempo incontrano difficoltà crescenti nel raccogliere capitali, con l’unica conseguenza di restringere i cordoni del credito e agire quindi da ulteriore freno alla crescita dell’economia» spiega Negri che prevede ancora un periodo di forti incertezze sui listini. 
 
«Se nel lungo termine gli attuali livelli possono essere visti come validi prezzi d’entrata – spiega l’esperto di GDP AM SIM – nel breve termine non è possibile escludere correzioni, anche marcate, delle borse. Riteniamo comunque che la crisi finanziaria sia ormai a buon punto e nel corso dei prossimi mesi si possa incominciare a intravedere una luce in fondo al tunnel». Lo scenario cambia se osserviamo l’economia reale che, «con ogni probabilità vedrà un marcato rallentamento nella seconda parte dell’anno, per effetto del venir meno degli stimoli fiscali negli Usa e del calo della domanda in Europa – spiega Negri – Tutto rimarrà inoltre legato a doppio filo all’andamento dei prezzi dei combustibili che, in caso di ulteriori rialzi, potrebbero trasformare il rallentamento in un’autentica recessione».
 
In un tale contesto dove indirizzare i propri investimenti?.
«In termini macroeconomici i paesi emergenti presentano le economie più forti, con una predilezione per l’America Latina (Argentina esclusa) – risponde Negri – ma nell’attuale contingenza di avversione al rischio è preferibile operare un approccio più prudente privilegiando le società occidentali con buona visibilità degli utili ed esportazioni significative verso Cina, India e verso il gruppo dei Paesi esportatori di petrolio (Russia in testa)».
Permane invece una certa cautela sul settore petrolifero nel suo complesso dal momento «che un calo marcato dei prezzi del greggio (un ritorno ad un valore a doppia cifra, per quanto improbabile, non è infatti da escludere), può portare a un’ondata di prese di beneficio legate a revisioni al ribasso degli utili futuri».
 
GDP AM SIM si dichiara inoltre diffidente anche per quanto riguarda i settori legati alle spese personali, dalla distribuzione, passando per l’automobilistico per arrivare sino all’alimentare. «Paradossalmente meglio si potrebbero difendere i produttori di beni di lusso d’alta gamma – continua Negri – Crediamo, invece, che, seppur in un contesto di rallentamento economico e d’incertezza, possano essere interessanti i corporate bonds investment grade del settore finanziario e telefonico».

UNION INVESTMENT
Ma la domanda che in molti si pongono riguarda il futuro del settore finanziario, che a un anno di distanza dallo scoppio della crisi supbrime continua a registrare perdite significative. «Il settore finanziario nel secondo trimestre del 2008, sia negli Stati Uniti sia in Europa, ha decisamente sottoperformato – spiega Stefano Vighi, senior sales manager Italia di Union Investment – Le ragioni di questo andamento sono state molteplici. Tra queste sicuramente i vertiginosi aumenti del costo per petrolio e dei prodotti alimentari e i problemi che hanno contemporaneamente spinto all’aumento dell’inflazione in Europa con la conseguente curva negativa della struttura dei tassi d’interesse».

E’ evidente, quindi, che le tensioni e i problemi continueranno a manifestarsi ancora per  un po’ di tempo sul fronte dei mercati finanziari. «La sfiducia nei confronti degli istituti bancari non accenna infatti a diminuire – continua Vighi – Negli Stati Uniti non si intravede la possibilità di una risoluzione a breve termine della crisi del settore bancario, ulteriormente gonfiata da una situazione economica generale traballante e dall’irrefrenabile aumento del prezzo del greggio che si accompagnano alla perdurante frenata del settore immobiliare, con il valore delle case in continua diminuzione».

E in Europa lo scenario non migliora, considerando l’andamento negativo del mercato immobiliare in Gran Bretagna, Irlanda e Spagna. «In questo scenario generale bisogna fare molta attenzione se si vuole operare nel comparto bancario» conclude Vighi, mettendo in guardia anche dal settore assicurativo europeo che nel secondo trimestre del 2008 ha sottoperformato. 


PICTET FUNDS
Ad allarmare, infine, gli investitori in questa stagione estiva è l’andamento del petrolio. E i motivi, secondo Andrea Delitala, head of investment advisory di Pictet Funds, non mancano. «Come da copione già recitato nel 2006 l’avvento del caldo estivo si accompagna con il surriscaldamento del petrolio risvegliando lo spettro dell’inflazione e i relativi ghostbusters, le Banche Centrali – spiega l’esperto – L’effetto si scarica prima sui tassi di interesse che traslano verso l’alto e, non essendo il movimento ispirato da migliorate prospettive di crescita, ne consegue un ribasso delle altre classi di rischio. Detto questo, non è facile spiegare il petrolio a 140 dollari, difficilmente compatibile con una stagnazione, da ritenersi quindi temporanea». 
 
In un tale contesto si sono registrati effetti dolorosi sulle performance di molti strumenti finanziari con la conseguente fuga dei capitali verso la liquidità (o simili), ma anche verso un’eccessiva ricerca di commodities. Non solo. «I riscatti generalizzati di fondi di investimento nei mesi passati hanno prolungato la fase negativa di mercato che ha portato i tassi sulle obbligazioni ai massimi di un anno fa (oltre sulle scadenze brevi) e le borse su nuovi minimi – continua Delitala – Non è facile individuare ragioni di ottimismo. Un intervento pubblico in USA per superare la crisi del credito sembra ineludibile e i commenti sul bail-out di Fannie Mae e Freddie Mac segnalano la consapevolezza che forse la soluzione non può essere rimandata a dopo le elezioni. Questo potrebbe alla fine tradursi in un segnale di distensione per il credito e il mercato azionario in genere». Ma, naturalmente, è anche necessario che il petrolio si stabilizzi.

«Questo è uno scenario plausibile, uragani e geopolitica permettendo, poiché la domanda dovrebbe essere in calo anche a seguito della eliminazione dei sussidi ai prezzi praticati in alcuni mercati emergenti» spiega Delitala. Per questi motivi, sotto il profilo tattico, Delitala ritiene che le attuali valutazioni azionarie «potrebbero giustificare un aumento del 5% dell’esposizione consigliata che resterebbe comunque ampiamente sottopeso. Mancano convincenti segnali tecnici e/o catalizzatori positivi, quindi l’acquisto è suggerito a chi sia decisamente scarico o qualora le quotazioni scendano ancora (del 5%) dai livelli attuali. 

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