Risparmio gestito – I vantaggi dell’Euro debole

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di Matteo Chiamenti 28 Maggio 2010 | 09:15
La debolezza dell’euro non è un fenomeno di breve periodo, ma un dato che probabilmente segnerà lo scenario da qui alla fine dell’anno. L’Unione monetaria non dovrebbe però correre il rischio più temuto, quello dell’inflazione, e potrebbe invece trarre beneficio nel medio termine dal deprezzamento della propria divisa. Ecco la view di DWS

E’ l’opinione raccolta da Reuters di Werner Eppacher, responsabile della divisione dei mercati valutari dei fondi di Dws Investments (che fa capo al gruppo Deutsche Bank). “È molto improbabile che l’euro possa riprendersi nei prossimi 3-6 mesi, la pressione resterà molto alta e così l’incertezza”, osserva Eppacher. “Gli investitori si rendono conto che l’euro non è solo Germania, è una struttura complessa con molte questioni da affrontare”.
Tuttavia, ragiona il gestore, il quadro delineato può avere anche “effetti positivi”, sebbene si tratti di sviluppi di medio termine che ora non giocano un ruolo nella mente di investitori “guidati dalla paura”.

I VANTAGGI DELL’EURO DEBOLE
“Storicamente” spiega “in paesi dai rendimenti bassi come Germania e Francia è una situazione buona per le società che devono rifinanziarsi. E’ buono per la competitività delle società dedite all’export e la crescita delle economie trainate dalle esportazioni, come Germania, Francia, Italia”.
Il quadro trarrà ulteriore giovamento dal fatto che le società, come nota il gestore, “sono molto più efficienti dopo le ristrutturazioni in seguito alla crisi del 2008-2009”. Tanto che Eppacher arriva a ipotizzare “nel medio termine, diciamo 12 mesi, sorprese positive dalla crescita della zona euro”.
Non che si possa escludere del tutto, precisa, un rischio inflazionistico. Ma è uno scenario improbabile.
“L’euro è intorno al suo valore corretto, sulla base di indicatori come la parità di potere d’acquisto in termini reali”, dice Eppacher. Ci vorrebbe una fase di ulteriore, importante discesa per paventare l’escalation dei prezzi nell’Unione. “Un’ipotesi del genere sarebbe il caso di parità euro-dollaro, uno scenario a bassa probabilità. Ma se l’euro dovesse consolidarsi per qualche mese sulla base di 1,15-1,20 allora le cose andranno bene”, ragiona il gestore.
Anche in caso di ulteriore calo dell’euro, poi, non è detto che l’esito inflazionistico sia quello scontato. Se si dovesse verificare la parità euro-dollaro, commenta Eppacher, una ragione possibile sarebbe “che alcuni paesi debbano applicare correzioni fiscali ancora più dure”. Uno scenario, dunque, più facilmente “deflazionistico” che inflazionistico.
   
VIA DAL RISCHIO VERSO T-BOND, BUND E YEN
Ma nel breve, la zona euro è sotto pressione. La strategia difensiva per DWS passa per la rifocalizzazione “sui mercati obbligazionari ‘core’, come Treasuries Usa, Bund tedeschi”, tra i pochi asset-rifugio. Ma si possono anche comprare dollari e yen giapponesi, aggiunge Eppacher.
Bene hanno fatto finora i paesi della zona euro nel varare pacchetti di correzione fiscale per rispondere alla crisi del deficit, ma sebbene “si vada nella direzione giusta”, quel che il gestore indica come più importante è “più leadership a livello centrale. Questo è ciò che interessa agli investitori esterni alla zona euro”. Finché ciò non accade, “nessuno crederà che la zona euro sappia agire come una singola entità”.
Non destano entusiasmo le ipotesi circolate nei giorni scorsi a livello politico. Né quella – tradotta in realtà da Berlino – di vietare le vendite allo scoperto, né quella per ora teorica, ma sostenuta ancora una volta dalla Germania, di introdurre una tassa sulle transazioni finanziarie.
“Il divieto di vendite allo scoperto sarebbe un brutto segnale per la zona euro che porterebbe a un più alto premio al rischio riflesso nei prezzi degli asset, tutti gli asset”, commenta Eppacher, giudicando la soluzione “non sostenibile”.
Simile effetto avrebbe una tassa sulle transazioni, ovvero spingere i gestori verso asset in altre valute, come dollaro o yen, tenendo l’esposizione al rischio molto bassa. In un tale scenario, ipotizza Eppacher, “se fossi un investitore esterno all’Unione monetaria, venderei i miei asset in euro”.

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