Quanta fame c’è nel food

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Avatar di Redazione 26 Novembre 2009 | 11:00
Di questo passo la boutique di Mediobanca rischia di assomigliare ad un’Esselunga qualsiasi. Negli scaffali dietro la scrivania di Alberto Nagel, infatti, si moltiplicano i dossier del largo consumo.

di Ugo Bertone

 Da una parte si tratta di convincere i signori Ferrero, tra l’altro azionisti della premiata ditta di piazzetta Cuccia, che 7-8 miliardi di euro per caramelle e chewing gum di Cadbury siano un buon affare. Anzi un’occasione irripetibile. Dall’altra, è necessario non deludere un altro dolce cliente: la Parmalat di Enrico Bondi e del direttore Antonio Vanoli, già numero due ad Alba. Anche in questo caso si tratta di fare shopping. Perché un felice caratteristica accomuna le due potenze dell’alimentare made in Italy: Ferrero è senz’altro in grado di staccare, senza far ricorso a linee di credito, un assegno da tre miliardi o forse più. Parmalat, dopo la ricca vendemmia nei tribunali, ha in cassa 1,108 miliardi liquidi. Ma c’è almeno una differenza, anzi due, tra i due imperi.
Mentre ad Alba non tutti sono convinti che sia il caso di aprire il portafoglio (e, quel che peggio, far entrare le banche nella sala dei bottoni…), a Collecchio la missione è una sola: crescere. Peccato che lo scacchiere europeo, affidato a Mediobanca, presenti ben poche occasioni, nonostante la crisi. Va meglio in Oceania, l’area del mondo affidata a Morgan Stanley. Qui, dopo le acquisizioni di luglio di alcune attività di National Foods, l’allargamento del business sarebbe solo questione di giorni. Basterà? Probabilmente no, almeno se l’obiettivo vero è quello di rimpolpare gli assets per tenere alla larga potenziali acquirenti. Il destino della nuova Parmalat, infatti, è tutt’altro che definito. In questi anni la scelta stand alone ha pagato, con piena soddisfazione degli azionisti che, in 12 mesi, hanno messo assieme un guadagno del 70 per circa. Ma adesso? Parmalat, forte di una liquidità che rappresenta grosso modo il 30 per cento della capitalizzazione (attorno a 3,5 miliardi di euro) ha pochi giorni fa alzato la sua guidance sui risultati d’esercizio del 10 per cento. Di riflesso, gli analisti di Mediobanca, Intermonte e Chevreux hanno alzato il target. E non è difficile prevedere che, dopo la battaglia tra titani tra Kraft e Hershey ed alleati per impadronirsi di Cadbury, qualcuno non volga le sue attenzioni su Parmalat, attiva in business forse meno appetibili, ma liquida e ormai vaccinata contro i rischi giudiziari. E con i conti finalmente in regola, a partire da un mol (269 milioni nei primi nove mesi) che cresce ad un tasso del 24 per cento su un giro d’affari quasi invariato. Insomma, come ha notato Paul Betts sul Financial Times. Il dubbio amletico è: comprare o essere comprati. O forse la sfera di cristallo prevede entrambi gli scenari. La cassa attuale, incorporata nei prezzi di Borsa, ha un effetto deterrente perchè implica un premio d’offerta molto alto. Meglio, perciò, aspettare che Bondi, finalmente, spenda in acquisizioni il suo tesoretto. In ogni caso, sono tanti i fattori (M&A del settore, prossimo shopping, il rarefarsi delle possibili prede nel Vecchio Continente e così via) che suggeriscono un inverno caldo per il latte a lunga conservazione.

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