Giuliani (Azimut): l’Italia può anche colonizzare

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Il numero uno di Azimut: “la vendita delle mie azioni? La governance del patto andava modificata e resa più flessibile all’evoluzione del gruppo. Ma tornerò a comprare titoli.

Andrea Giacobino di Andrea Giacobino24 giugno 2015 | 14:00

Quarantatré milioni di euro. Tanto ha incassato Pietro Giuliani (nella foto) dalla vendita di (quasi) tutte le sue azioni Azimut Holding. La chiacchierata con uno dei protagonisti della promozione finanziaria italiana non può che partire da questo fatto inatteso. Che ha scatenato gli analisti immaginando un futuro di Azimut come cacciatore o come preda. Niente di tutto questo, dice Giuliani a BLUERATING. Ma un percorso di crescita che non si ferma e che lo vedrà ancora protagonista. Un percorso che fa dello sviluppo sui mercati esteri (l’ultima pedina è stata messa in Australia comprando la Pride Advice) uno degli assi portanti: una Azimut da esportazione, la prima multinazionale del “made in Italy” del risparmio.

L’alleggerimento del patto della Timone Fiduciaria e la vendita conseguente di un consistente pacchetto di titoli fanno pensare a un tuo prossimo progressivo disimpegno dall’azionariato. È così?

Certo che no. A seguito delle modifiche al patto ho avuto la possibilità di ridurre la mia partecipazione all’interno di un’operazione ordinata e congiunta. Da quando sono in Azimut la mia partecipazione è sempre cresciuta e ora ritornerà a farlo soprattutto nelle future fasi di correzione dei mercati. Abbiamo modificato la governance del patto per renderla più flessibile e vicina all’evoluzione del gruppo: il 90% delle azioni era detenuto da promotori con più di 9 anni di anzianità ma che rappresentano appena il 25% delle masse gestite del gruppo e meno del 10% della raccolta netta degli ultimi tre anni. Un riequilibrio che premia i promotori più meritevoli e un meccanismo valido anche per il futuro anteriore. Sulle illazioni che molti stanno facendo, fomentate molto dalla concorrenza, la mia risposta è la stessa di sempre: guardiamo i numeri e cosa accadrà nel lungo periodo. Adesso non perdo tempo a discutere, sto lavorando.

Da tempo Azimut ha intrapreso – unica in Italia – la costruzione di una “multinazionale del risparmio”. Perché questa scelta del risparmio italiano da “export”?
Per garantire un futuro lungo e prosperoso al gruppo la scelta di allargare le vedute e assumere un respiro internazionale è obbligata anche nell’ottica di servire i clienti italiani con prodotti globali ma pensati e costruiti da noi. Credo non sia più pensabile restare ancorati dentro i confini nazionali, ancorché sicuri, comodi e in crescita; per questo Azimut oggi è presente in 13 Paesi. Infine, in un momento in cui aumenta lo stock di risparmio del Paese in mano a operatori stranieri, con la nostra strategia dimostriamo che gli italiani possono essere anche colonizzatori non solo oggetto di conquista.

Quali sono gli obiettivi numerici a breve e a lungo termine di questa strategia?
Oggi l’estero pesa per circa 3,5 miliardi di euro di masse sul totale del Gruppo (34 miliardi a fine aprile) e i target numerici sono quelli indicati nell’ultimo piano industriale: detenere almeno il 10% delle masse totali fuori dall’Italia entro il 2019. Considerando che nel business plan abbiamo previsto un patrimonio totale di 50 miliardi di euro, perlomeno 5 miliardi saranno riconducibili alle attività internazionali. Per fare questo ci concentriamo sullo sviluppo delle attività già avviate nei vari Paesi e allo stesso tempo monitoriamo eventuali nuove opportunità. È importante sottolineare che cerchiamo di realizzare e sfruttare sinergie tra le nostre piattaforme internazionali, valorizzando le competenze acquisite, per creare soluzioni innovative per la clientela italiana, in grado di affermarsi sul mercato come è successo per esempio con i fondi Renminbi Opportunities, Global Sukuk, eccetera. Nuovi prodotti innovativi sono in rampa di lancio, tutti in esclusiva per i nostri clienti.

La crescita all’estero si può fare o con acquisizioni di maggioranza o con joint venture con operatori locali o con quote di minoranza. Quale è la strada migliore?
Noi ci muoviamo, secondo il nostro modello, con un approccio di partnership in cui acquisiamo la maggioranza del capitale.

Leggete l’intervista completa a Pietro giuliani sul numero di giugno di BLUERARTING, già in edicola.


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