L’assalto di 120mila commercialisti all’Albo dei cf

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Andrea Telara di Andrea Telara 15 Novembre 2017 | 13:16
Radiografia di una categoria professionale che vuole esercitare anche la consulenza finanziaria, sconvolgendo gli attuali assetti del mercato

Può un commercialista fare anche il consulente finanziario, senza neppure sostenere un esame? Ecco un interrogativo che si è riproposto da ieri dopo la notizia (riportata qui da Bluerating) di un emendamento alla Manovra economica del 2018, che, se approvato consentirebbe proprio ai dottori commercialisti di iscriversi d’ufficio all’Albo dei cf.

Gli esponenti istituzionali del mondo della financial advirory non accolgono certo con entusiasmo questa ipotesi.  (leggi qui i commenti di Maurizio Bufi dell’Anasf e di Luca Mainò del Nafop). Tuttavia, come già Bluerating aveva documentato nei mesi scorsi, da tempo i commercialisti preparano il loro “assalto all’Albo dei cf”. Per rendersene conto bastava leggere il programma che ha portato all’elezione di Massimo Miani, veneziano, classe 1961, dal gennaio scorso nuovo presidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, c’è un passaggio che non lascia spazio a dubbi. Tra le proposte avanzate dalla Lista Miani, vincitrice dell’ultima competizione per il rinnovo dei vertici dell’Ordine, c’è “la promozione della figura professionale del commercialista specializzato in consulenza sulla gestione globale di patrimoni (family office e wealth management)” e “lo sviluppo di accordi con le principali case di gestione e fiduciarie”.

ALTRE ADVISORY – Detto in parole povere i commercialisti italiani sembrano intenzionati seriamente a esplorare il business delle consulenza finanziaria, allargando il raggio di azione della loro attività, tradizionalmente ancorata ad altri tipi di advisory (fiscale, tributaria, fallimentare o societaria). Del resto nessuna norma glielo impedisce. Per legge infatti la figura del commercialista è incompatibile soltanto con quella del consulente finanziario abilitato all’offerta fuori sede (l’ex-promotore). Non esiste invece alcuna incompatibilità con la figura del consulente autonomo (o fee-only), ovvero con quel professionista che svolge attività di financial adivisor e viene remunerato esclusivamente con le parcelle pagate dai clienti, senza alcun legame economico con chi fabbrica i prodotti finanziari, cioè con le case di gestione.

PERMESSO DI LEGGE – A confermarlo è stato anche Lorenzo Sirch, candidato con la Lista Siani durante le elezioni per il rinnovo dell’Ordine e oggi delegato alle materie finanziarie come componente del Consiglio nazionale dei commercialisti e degli esperti contabili. Intervistato da Bluerating.com nei nell’aprile scorso, Sirch ha ricordato che nella la stessa legge costitutiva Consiglio nazionale dei commercialisti (cioè il decreto legislativo n. 139 del 2005), c’è scritto a chiare lettere che i commercialisti possono “svolgere un’attività di studio e analisi finanziaria” che costituisce, implicitamente o esplicitamente, una forma di consulenza di investimento per i clienti.

REDDITI IN CALO – Fatte queste premesse viene da chiedersi quale potenziale bacino di aspiranti financial advisor potrebbe crearsi nella folta platea dei commercialisti italiani. In teoria potrebbero essere molti, almeno a giudicare da alcuni dati che Bluerating.com ha attinto
dalle statistiche della Fondazione Commercialisti. Gli italiani che esercitano questa professione sono infatti quasi 120mila (si veda a fondo pagina con dati aggiornati al 2015, n.d.r.) circa il doppio rispetto ai consulenti finanziari iscritti all’Albo. Inoltre va notato che nell’ultimo decennio, complice la crisi economica, anche i commercialisti non hanno proprio navigato nell’oro, visto che il loro reddito medio, tra il 2007 e il 2015 si è ridotto di circa il 4% in termini nominali e di oltre il 12% in termini reali (tenendo conto anche dell’inflazione). Di conseguenza poiché molti professionisti sono costretti a tirare un po’ la cinghia con le loro attività più tradizionali, potrebbero prendere seriamente in considerazione l’idea di allargare il proprio business alla consulenza finanziaria.

IL COMMENTO DI TOFANELLI – Nella giornata di oggi è arrivato anche un commento da Marco Tofanelli, direttore generale di Assoreti: “La consulenza agli investimenti è un’attività riservata a livello europeo a protezione dei risparmiatori”, ha detto a Bluerating.com Tofanelli,  “per noi è fondamentale la tutela del pubblico risparmio e chiediamo, secondo criteri di proporzionalità, regole uguali e rigorose per tutti, prevedendo requisiti almeno analoghi a quelli stabiliti per gli intermediari, in ossequio ai principi della Mifid 2”

 

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