Walter Veltroni: come uscire dall'empasse?

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di Redazione 13 Giugno 2008 | 16:00
Il disegno di Walter Veltroni si va pian piano sfumando. L’aver perso le elezioni politiche, esito da mettere nel conto visto da dove partiva il livello di consenso al Partito democratico, non è stato il peggiore dei mali. Anzi, alla fine quella sconfitta che è sembrata una caduta in piedi lo ha momentaneamente rafforzato alla guida del partito che lui ha sempre voluto, anzi ha contribuito a plasmare a sua immagine e somiglianza.

Peccato, però, che un conto siano i sogni e un conto i bisogni. Una volta, diciamo ai tempi di Enrico Berlinguer, per non perdersi nelle nebbie di un Novecento troppo lontano, la gente si mobilitava con i sogni: il sogno di un’Italia più eguale, di libertà maggiori (politiche, sindacali), di conquiste sociali.

Oggi le “masse” si mobilitato e si appassionano con la soddisfazione dei bisogni: la sicurezza, il caro vita, le tasse. Walter ha continuato a sognare, mentre Silvio Berlusconi e soprattutto la Lega facevano politica in senso moderno, coinvolgendo cioè la gente sul fronte della risoluzione dei bisogni.

Adesso Verltroni non ha più in mano la leadership del partito democratico. Ce poco da fare. I militanti continuano ad adorarlo ma la nomenclatura lo ha già costretto in un angolo e non compie l’assalto finale perché ancora non sa con chi sostituirlo. A livello mediatico, infatti, Veltroni “buca” ancora, è a livello politico che ormai ha perso la battaglia.

L’idea di una linea anglosassone, se è lodevole per gli osservatori è mefitica per la politica del giorno per giorno. Primo perché qui siamo in Italia e non in Inghilterra: gli inglesi rispettano una costituzione non scritta (noi non riusciamo a rispettare quella scritta); gli inglesi hanno la dignità di dimettersi quando sbagliano o perdono (in Italia Francesco Rutelli dopo aver straperso a Roma è stato nominato capo dell’organismo di controllo dei servizi); il governo ombra inglese ha un ruolo istituzionale e qui serve per dare un contentino a politici rampanti o trombati di lusso.

Tra l’altro non convince più nemmeno l’idea di un Pd autosufficiente. In periferia sanno benissimo che se i democratici si presenteranno senza alleati, rischiano di perdere i sindaci di gran parte dei comuni sotto i 15 mila abitanti dove il meccanismo elettorale non prevede il ballottaggio. E anche molti ballottaggi sarebbero a rischio a cominciare dalle città maggiori, tipo Firenze e Bologna. Quindi una serie di piccoli ras locali potrebbero partecipare a una fronda anti-segretario qualora insistesse sulla dorata ma improduttiva solitudine.

Sotto il profilo politico, a parte le critiche ricevute anche da The Economist (“Altro che governo ombra, quella del Pd pare un’opposizione fantasma”), c’è da dirimere la questione tra laici e cattolici che non è stata mai concretamente affrontata soprattutto al momento in cui sarebbe stato più giusto, ossia al momento della costituzione del Pd.

E adesso? Adesso per Veltroni e i suoi c’è solo da ricostruire ricominciando però a fare opposizione, sapendo che i numeri non ci sono, non solo in parlamento ma nemmeno nel paese. Il Pdl ha vinto le elezioni mordendo le caviglie al governo di Romano Prodi per tutti e due gli anni della sua tormentata esistenza. Per riconquistare voti non si può andare avanti con scappellamenti e scusi il disturbo: ci vogliono proposte e battaglie. Ma quello che manca oggi al Pd è proprio questo: le idee e, soprattutto, la voglia di combattere. Non si conquista un paese stando seduti negli enti locali o peggio ancora nei salotti. E se non cambia radicalmente la classe dirigente del Pd e il suo modo di porsi nei con fronti del Paese, sarà difficile che il centrosinistra possa influire in qualche modo sui destini prossimi venturi dell’Italia.
 

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