Un problema di provvigioni

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di Redazione 8 Luglio 2008 | 14:40
Continua la crisi del risparmio gestito che garantisce all’Italia il ruolo di fanalino di coda del Vecchio Continente. Ma cosa rende l’Italia differente dalla Francia, dalla Germania e dall’Inghilterra? Una questione “squisitamente economica”.

Il risparmio gestito europeo è cresciuto nel 2007 del 4,8%, portando il patrimonio totale a quota 7.924 miliardi di euro, sostenuto da una raccolta netta pari +360 miliardi. L’Italia deve accontentarsi di una quota di mercato del 4,3%, ben lontana da Francia, Germania e Inghilterra che controllano il 42% dell’industria europea. Il risparmio gestito italiano si è comunque aggiudicato un primato, ed è negativo: la peggiore raccolta netta dell’anno (-59,7 miliardi di euro nel 2007, e nei primi mesi del 2008 il record negativo è quasi triplicato). 

E’ questo il quadro dipinto dall’associazione EFAMA (European Fund and Asset Management Association) che riunisce le “Assogestioni” europee. Un quadro che conferma ulteriormente la crisi strutturale denunciata più dal governatore della Banca d’Italia Mario Draghi che ha portato nuovamente al centro dei dibattiti il tema dell’indipendenza e della separazione delle sgr dai gruppi bancari. 

 
Ma il modello italiano, finito ormai da tempo sul banco degli imputati, in verità non si discosta molto dai modelli dei primi tre paesi del Vecchio Continente: non a caso tra i primi 20 operatori del mercato dell’asset manager europeo, 18 appartengono a gruppi bancari o assicurativi. La stessa Francia, leader con un patrimonio totale gestito superiore ai 1.500 miliardi pur potendo vantare circa 550 sgr attive sul mercato, è dominata dai gruppi bancari (70%) e assicurativi (25%).


In Germania il 42% dell’asset totale (oltre 1.040 miliardi) è diviso tra Dws (gruppo Deutsche Bank) e il gruppo DekaBank. Solo in Inghilterra (797  miliardi di patrimonio) le prime tre società (Invesco Perpetual, Fidelity Investments Limited e SLTM) non appartengono a gruppi bancari e controllano il 17% del mercato. Anche perché l’industria inglese, caratterizzata dalla tendenziale separazione della fase di produzione e distribuzione dei prodotti gestiti, si presenta relativamente poco concentrata e il controllo è esercitato soprattutto da imprese di assicurazioni e società specializzate nel settore dell’asset management.

Mentre i modelli tedesco e francese, sono contraddistinti dal ruolo centrale svolto dal sistema bancario e l’attività di distribuzione dei prodotti gestiti è incentrata sulle reti bancarie, affiancate da canali telematici, con il collocamento prevalente di prodotti gestiti dalle società di asset management controllate dalle stesse banche. A ben vedere un modello simile (se non uguale) a quello italiano, ma con risultati decisamente differenti.  

 
Ma allora perché in Italia sembra iniziata una vera fase di declino? Le distinzioni riguardano le strategie di posizionamento, prodotto e provvigionali. Ed è su questi punti che conviene avviare una vera e propria riforma del risparmio gestito italiano.

Oggi il mercato italiano è caratterizzato da tre soggetti differenti: i grandi gruppi con una propria sgr e una propria rete; strutture di nicchia molto specializzate; banche di medie dimensioni con un’offerta indifferenziata. In altri paesi, quest’ultima categoria non ha un ruolo rilevante come in Italia. Poi abbiamo un problema di strategia di prodotto influenzata spesso dallo stretto legame esistente tra produzione e distribuzione, con un multibrand poco sviluppato.
Eppure il multibrand è stato, ed è ancora, lo slogan più gettonato tra le sgr e le reti italiane. Ma a questo punto è uno slogan ingannevole, o in Italia non sappiamo praticare la cosiddetta open architecture
 
E infine non dimentichiamo l’aspetto forse più importante e “squisitamente economico” relativo alle politiche commissionali: oggi in Italia registriamo gli stessi livelli di commissione di quando i prodotti offrivano performance a due cifre. Le commissioni sono rimaste uguali, i risultati no. Inevitabile la perdita di fiducia e l’aumento di cautela da parte dei risparmiatori. Forse vale la pena riflettere su questi tre punti prima di indicare la via (o le vie) d’uscita della crisi del gestito.

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