Bilancio Fallimentare

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Andrea Giacobino di Andrea Giacobino 5 Gennaio 2009 | 12:30
Il bilancio dei primi sei mesi del governo Berlusconi in materia economico-finanziaria è negativo su tutti i fronti. Il recente provvedimento emanato dal consiglio dei ministri che aggiunge nuovi ostacoli all’Opa è solo la ciliegina sulla torta: l’accordo sui mutui Abi-Tremonti, che ha portato soltanto minimi abbassamenti del tasso taeg, e la vicenda Alitalia completano il quadro.

Il bilancio dei primi sei mesi del quarto governo di Silvio Berlusconi, mentre si apre il 2009, non può certamente dirsi positivo per quanto riguarda le più urgenti tematiche di materia economica e finanziaria.

Valga, per tutti, un recente provvedimento emanato dal consiglio dei ministri che rende molto più difficile il lancio di un’offerta pubblica di acquisto “ostile” e consente invece agli amministratori della società-preda, espressione dei soci di controllo, di frapporre all’offerta – e al vantaggio che ne trarrerebbero i singoli azionisti – una serie di “pillole avvelenate”. La circostanza più singolare di tutte è che questi nuovi ostacoli all’Opa, in un mercato borsistico già di per sè asfittico, vengono posti a dieci anni dal Testo Unico della Finanza che porta la firma dell’allora numero due del Tesoro e oggi governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi. Il TUF doveva essere, nei fatti, l’apertura del mercato finanziario italiano alle leggi della libera concorrenza che sovrintendono a mercati più evoluti dei paesi industrializzati.

Altrettanto singolare è che la “passivity rule” allargata venga varata nel bel mezzo di uno sconcertante “balletto” sul ruolo che possono e/o devono avere i fondi sovrani nel contesto finanziario del nostro paese. Si è fatto un gran baccano sull’entrata di capitali libici nell’UniCredit di [p]Alessandro Profumo[/p], finito da tempo sotto il fuoco del ministro dell’economia [p]Giulio Tremonti[/p]. Il baccano si è ben presto trasformato in una sorta di “allarme rosso” sui “sovereign wealth funds”, dipinti come portatori di capitali “misteriosi” e “pericolosi” e quindi da combattere; un po’ come sta facendo Nicolas Sarkozy in Francia. Ma poi si dà il benvenuto agli stessi fondi libici con una quota altrettanto consistente nel capitale dell’Eni e si ventila persino la possibilità che denari del paese di Muhammar Gheddafi servano a risanare la pesante situazione debitoria di Telecom Italia.
Vale la pena sottolineare che, dal punto di vista strategico del paese, l’Eni è infinitamente più “pesante” e “strategico” di una banca come l’UniCredit che saggiamente grazie a Profumo ha spostato il baricentro del proprio “core business” fuori dai confini nazionali.


 
Sul fonte bancario il governo ha fatto poco e male. Il tanto strombazzato accordo sui mutui, frutto di una convenzione estiva tra l’[a]ABI[/a] e Tremonti e le ultime disposizioni in materia, non hanno sortito effetti rilevanti, se non minimi abbassamenti del cosiddetto “tasso taeg”. E i 20 miliardi stanziati da Palazzo Chigi per “salvare” le banche? Si sa con certezza che finora nessun istituto di credito ha fatto uso delle risorse mobilitate che forse – e con maggiore efficacia – avrebbero dovuto essere prontamente dirottate verso un sistema produttivo che fa i conti con una recessione galoppante.
La cosiddetta “legge salvabanche”, approvata nelle scorse settimane, è in attesa di essere “riempita” con i decreti attuativi per capire se e come lo stato entrerà nel capitale degli istituti di credito attraverso obbligazioni “perpetue” e a che tasso saranno remunerate. In Francia e in Gran Bretagna sono di gran lunga più avanti di noi per ciò che concerne il rafforzamento del sistema finanziario.

Se per far fronte alla prolungata e pesantissima crisi del risparmio gestito il governo in carica, finora, non ha fatto assolutamente nulla (col risultato che i fondi comuni continuano a bruciare miliardi di raccolta e le società di gestione italiane continuano ad essere fiscalmente penalizzate nei confronti di quelle estere), poco e male si è fatto sul fronte “privatizzazioni”.
La farsesca vicenda dell’Alitalia si è chiusa scaricando sulle tasche dei contribuenti italiani l’onere debitorio della veccia compagnia e, con esso, i costo sociali; mentre i 21 “capitani coraggiosi” della cordata Cai, lodati da Berlusconi come “patrioti” altro non sono che investitori facilitati da un combinato disposto giuridico a tenersi le azioni salvo rivenderle tra poco al partner estero Air France con una cospicua plusvalenza.
Il tutto mentre la nuova “piccola” Alitalia subirà sulla tratta principale di attività, la Milano-Roma, la concorrenza vincente della nuova alta velocità ferroviaria.

Il bilancio dell’azione di governo di un esecutivo sedicente “liberista” in materia finanziaria, che si conclude con una “[a]class action[/a]” ritardata e un “minisaldo” dei “conti correnti dormienti” che portano in dote alle vittime di crack e truffe nemmeno 1 miliardo di euro rispetto ai 15 attesi, è più che fallimentare: è semplicemente disastroso per il Paese che viene sempre più relegato ai margini dei grandi equilibri finanziari mondiali.
Ma non poteva essere altrimenti considerato che a reggere il ministero dell’economia c’è un “tecnico”, commercialista d’origine, che, anche perché invidioso dello status internazionale di Draghi, sogna – anche e sopratutto attraverso il nuovo ruolo assegnato alla Cassa Depositi e Prestiti – il ritorno dello stato-padrone. Come nel peggiore incubo l’“a volte ritornano” è qui ed ora, con i fantasmi redivivi del Ministero delle Partecipazioni statali di quella Prima Repubblica che ci si augurava scomparsa.



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