Il fattore umano fa la differenza nel private equity

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Luigi Dell'Olio di Luigi Dell'Olio 7 Settembre 2020 | 12:31

 

Non solo capitali. A fare la differenza negli investimenti di private equity è spesso anche il fattore umano. Si tratta di uno degli elementi emersi nel corso del convegno annuale di Aifi.

Analizzando un campione significativo di società in portafoglio al 31 dicembre 2019 o disinvestite nei tre anni precedenti ovvero 127 operazioni, distribuite su 125 imprese, effettuate da 28 operatori (21 domestici e 7 internazionali), è emerso che l’ingresso di un fondo in una azienda porta all’adesione di politiche Esg nel 32% dei casi (63% dei casi se si considerano le sole target oggetto di investimento da parte di operatori internazionali). L’investitore porta una crescita del numero medio di dipendenti delle società target del private equity pari all’89% nel periodo di permanenza, con una composizione femminile del 41%. La percentuale di laureati è pari al 26% contro una media nazionale del 23%. Nell’80% dei casi sono stati inseriti piani di incentivazione per il management e nel 48% sono stati inseriti piani di welfare per i dipendenti.

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