Unicredit-Mps, conto alla rovescia

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di Antonio Potenza 30 Agosto 2021 | 11:05

Parte il conto alla rovescia per Mps e Unicredit, ma le cose potrebbero complicarsi. Il Mef infatti non sarebbe d’accordo con l’ipotesi “spezzatino”, secondo la quale Unicredit metterebbe le mani sugli sportelli settentrionali dell’istituto senese e Medio Credito Centrale su quelli meridionali.

Come riportano L’Economia e Affaritaliani, il tesoretto costituito dalle Dta, le imposte attive differite trasformabili in un credito fiscale., movimenta la transizione.

Le parti

Sul fronte senese, le novità attese per inizio settembre. La questione scalda anche l’ambito politico, poiché in coincidenza di un’importante tornata di elezioni amministrative e di colleggio di Siena e che vede tra i protagonisti anche il segretario del Pd Enrico Letta. Intanto la banca milanese continua con la sua analisi e, salvo proroghe della due diligence, si ritroverà a discutere con il ministero dell’Economia e delle Finanze molto presto riguardo al perimetro di Mps a cui è interessata. Fonti vorrebbero tra le condizioni poste da Gae Aulenti che l’acquisizione sia neutrale per il proprio caitale e che ne accresca l’utile per azione. Nella questione però sarebbe anche entrata Medio Credito Centrale  che dovrebbe acquisire parte degli assets (a partire dalle filiali del Sud Italia) a cui la banca guidata da Orcel non e’ interessata o che non puo’ acquisire per ragioni di antitrust. Tuttavia il Mef storce il naso, ma da Palazzo dell’Economia per ora non arrivano controproposte fattuali da seguire.

Il ruolo del governo

Lo stato vuole vendere, soprattutto per mantenere la parola data in Europa. Questo accrescerebbe il senso di affidabilità internazionale che la condotta dell’esecutivo sta faticosamente recuperando dopo periodi di incertezza.
A questo si aggiunge però la posizione di garante a cui è chiamato il governo, perché per chiudere l’accordo le parti vorrebbero comunque procedere con cautela. Unicredit pretende infatti una certa tutela per tutti i rischi legali straordinari, ovvero le pregresse “pretese di risarcimento a vario titolo che nel recente passato sono arrivate a cumulare 10 miliardi di euro”.

Altra ferita aperta sono i Non performing loans che fanno ancora parte del portafolgio di Mps. Le parti meno appetibili, quelle che richiedono un lungo periodo di gestione in bonis, dovrebbero rimanere in carico al governo centrale. Di fronte al rifiuto di Gae Aulenti, il governo potrebbe adottare un modello simile a quello di recupero con il Banco di Napoli.

Sull’interezza della vendità, però il governo pare non avere dubbi. Ripetendolo da mesi, lo Stato non ha intenzione di divere Mps ma opta per una vendità compatta. Le motivazioni sono diverse: l’opzione richiederebbe un ulteriore intervento e il disegno di una banca pubblica risulterebbe problematico in tal caso. Non solo, vista l’integrazione pubblica, dalla Carige alla Popolare di Bari, appare difficile recuperare le relatività attività creditizie. In ogni tutte le parti sono d’accordo sull’accelerare il processo poiché il 31 dicembre, data in cui la vendita di Mps – secondo promessa a Bce – deve concludersi, si avvicina.

Appuntamenti

Ma, come riporta L’economia, sono diversi gli appuntamenti a cui bisogna arrivare pronti. Prima di tutto le amministrative del 3 e 4 ottobre. La campagna politica potrebbe portare rallentamenti strumentali all’operazione. In arrivo anche la sentenza di secondo grado nel processo che ha coinvolto l’ex presidente e l’ex amministratore delegato di Mps, Alessandro Profumo e Fabrizio Viola. Due eventi che sembrano abbastanza per motivare un’accelerata, senza contare che alla fine del fattaccio l’acquirente era ed è solo uno: Unicredit.

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