Risparmio, le commissioni soffocano i guadagni

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di Antonio Potenza 11 Ottobre 2021 | 11:24

Se le commissioni su polizze e fondi si riducessero di meno di un punto percentuale, i risparmiatori italiani sarebbero ogni anno più ricchi di una decina di miliardi: è quanto scrive Affari e Finanza.

Prima di tutto c’è da identificare l’entità dei risparmi degli italiani. Secondo un prospetto di Banca d’Italia, le attività finanziarie ammontano a 4800 miliardi, così suddivisi: 1.600 miliardi in depositi bancari; 1.200 miliardi in polizze assicurative e fondi pensione; 800 miliardi in partecipazioni in società non quotate; infine, 700 miliardi in fondi comuni di investimenti. A questo scenario va inserita la crisi economica innescata dal Covid-19, che più che scalfire il risparmio, l’ha incrementato. “Il 39% delle famiglie intervistate dalla Banca d’Italia ha dichiarato di aver accumulato risparmi nel 2020, quasi il 10% in più rispetto al periodo pre-pandemico”.

Ciò che si è notato in questo scenario, è un incremento – anche – delle polizze assicurative, diffuso grazie alla solidità delle compagnie, nonché di una rete di vendita capillare. “Negli ultimi anni, anche a seguito della riduzione dei rendimenti dei titoli di Stato, si è assistito a una ripresa delle polizze che investono in fondi comuni (le cosiddette “unit linked” di cui abbiamo parlato qui) spesso combinate in un unico prodotto “multi-ramo” con una tradizionale polizza vita rivalutabile.

Quindi si arriva al nodo commissioni. I consumatori non sembrano abbastanza attenti da recepire il problema, infatti come scritto in apertura, le commissioni diminuite potrebbero portare i consumatori stessi a guadagnarci.

“Se questo accade, è anche perché i collocatori operano da sempre in palese conflitto di interessi: non presentano la parcella all’investitore, ma sono retribuiti dai produttori di fondi e polizze presentati al cliente (ovviamente con i soldi di quest’ultimo). La circostanza è nota (e da qualche anno gli investitori ricevono periodicamente il conteggio di tutti i costi sostenuti), ma nessuno sembra preoccuparsene: come se fosse normale affrontare una causa di divorzio affiancati da un avvocato remunerato dall’ex coniuge, o far scegliere all’allenatore avversario la formazione della propria squadra del cuore. Soltanto i clienti molto facoltosi hanno preso ad avvalersi in misura crescente di esperti indipendenti; i piccoli risparmiatori ancora no. Anche se da qualche anno esiste un albo dei consulenti finanziari “autonomi”, cioè non remunerati dai produttori, la maggior parte dei consumatori preferisce infatti continuare ad affidarsi ai tradizionali canali di vendita”.

L’input è arrivato anche dall’Ue, che cerca di scardinare un modello non vantagioso per i risparmiatori. Ma i produttori si sono chiaramente opposti, per paura della caduta di un modello vantaggioso a discapito di un nuovo status realmente sostenibile. La spinta quindi dovrebbe venire dai risparmiatori.

 

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