Brexit neutra per i colossi globali. Spazio anche per le piccole

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di Finanza Operativa 28 Giugno 2018 | 15:30

A cura di Phil Haworth, deputy head of equities di Kames Capital
Dopo il primo shock seguito all’annuncio della vittoria della linea secessionista al referendum per la Brexit, l’azionario britannico ha pian piano recuperato il suo equilibrio, prendendo una strada tendenzialmente rialzista. Tutto bene all’apparenza, dunque. La situazione deve essere interpretata, tuttavia, con la giusta chiave di lettura. Ci troviamo all’interno di un mercato toro a livello globale che ha infatti distanziato la Piazza londinese, non in grado di tenere il passo degli indici degli altri mercati sviluppati dalla metà del 2016.
La mancanza di chiarezza su che tipo di accordo (se mai se ne raggiungerà uno) il Regno Unito sarà in grado di strappare all’Unione Europea al momento della sua uscita il prossimo anno sta continuando a gravare sul sentiment dell’azionario britannico, nonostante le performance operative delle società ivi quotate continui ad apparire sostanzialmente solido. La crescita dei profitti è solida ed è probabile si registrerà un aumento a doppia cifra degli utili per azione. Questo suggerisce l’esistenza di una quantità consistente di opportunità di trovare imprese di successo a valutazioni interessanti.
Fino a che non si saprà che forme assumerà la Brexit, è difficile prevedere quali aree ne subiranno i maggiori effetti, sia positivi che negativi. Ad ogni modo, è possibile ipotizzare che nella fascia più alta dello spettro di capitalizzazione di mercato, le società più grandi, con un business globale in grado di attingere ricavi da differenti giurisdizioni, siano tra le meglio equipaggiate ad affrontare l’imminente transizione senza trovarsi costrette a ripensare totalmente il loro modello operativo. Le prospettive di queste aziende per i prossimi mesi è probabile siano maggiormente legate al contesto di crescita e alle performance dell’azionario globale.
Le carte per le aziende più piccole e domestiche sono meno chiare. Questi titoli sono stati martellati dopo il referendum e l’outlook per loro rimane sfidante data la fragile fiducia dei consumatori e le scarse previsioni di crescita. Recentemente Airbus ha acceso una spia rossa, avvertendo che una linea dura, la cosiddetta hard Brexit, potrebbe costringere il colosso a riconsiderare le proprie attività in territorio britannico: un monito preoccupante per i circa 4000 piccoli fornitori che si affidano alle linee produttive del gigante dell’aerospace.
L’avvertimento non è isolato. Il presidente della CBI (Confederation of British Industry – l’equivalente britannico dell’italiana Confindustria) ha segnalato come vi siano “settori manifatturieri nel Regno Unito che rischiano di scomparire” qualora il Paese decidesse di abbandonare l’unione commerciale. Malgrado ciò, le piccole realtà rappresentano anche un’opportunità nel lungo periodo. Dalle ceneri si generano nuove possibilità. Una situazione che rende meno conveniente per le aziende europee commerciare con la Gran Bretagna, infatti, lascia spazi vuoti sui quali le società made in UK possono buttarsi. Quelle che saranno in grado di individuarli per prime si candideranno per assurgere a vincitrici in questo parapiglia.
Fino a che termini e clausole non saranno messi nero su bianco, è probabile si registri un po’ di turbolenza nella Piazza londinese. Alla fine, però, il Regno Unito potrà sempre contare su una forte economia con tutto il potenziale di rispondere alle esigenze dei suoi cittadini, membro UE o no. Una valutazione generalizzata e a ampio raggio sulle prospettive dei vari settori rischia di non centrare il punto e di non riuscire a distinguere i suoni dai rumori. Trovare imprese ben gestite e con la potenzialità di espandere il loro raggio d’azione a prescindere dagli accordi col Vecchio Continente sarà chiave per gli investitori azionari.
 

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