Azioni in sovrappeso: la view di EdR

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di Finanza Operativa 24 Agosto 2018 | 10:00

A cura di Benjamin Melman, Head of Asset Allocation and Sovereign Debt, Edmond De Rothschild Am
La stagione degli utili del secondo trimestre ha finora confermato che l’economia statunitense sta godendo di un forte impulso e, in misura minore, lo stesso anche il resto del mondo. Alcuni titoli storici come Facebook sono stati volatili ma i risultati hanno generalmente rassicurato gli investitori.
Il piano di stimolo di Donald Trump sta sostenendo la crescita degli Stati Uniti, mentre l’Europa e il Giappone hanno visto le loro economie rallentare un po’ più del previsto. Nel frattempo, la Cina sta aumentando (soprattutto attraverso la politica di allentamento monetario) le misure per scongiurare qualsiasi rischio di rallentamento della propria economia a un ritmo più veloce. La crescita globale è nel complesso tendenzialmente più elevata e le attività di rischio sono aumentate a luglio su fondamentali solidi, con i mercati azionari e obbligazionari che hanno chiuso il mese in rialzo.
Nonostante questo, i mercati si trovano ancora di fronte agli stessi rischi:

  • protezionismo con minacce crescenti negli Stati Uniti e in Cina;
  • timore che la liquidità del mercato possa prosciugarsi, in particolare quella fornita dalle banche centrali. La Fed è determinata a continuare la riduzione del proprio bilancio, la BCE ha confermato il proprio cambiamento monetario e la Banca del Giappone promette di essere più flessibile con la sua posizione accomodante. Negli ultimi anni, le attività finanziarie hanno ampiamente beneficiato dell’abbondante liquidità delle banche centrali. È difficile valutare quale impatto avrà la riduzione della liquidità sui mercati, ma per gli investitori è logico procedere con cautela.

Questo ci lascia nella stessa posizione: l’ambiente è fondamentalmente solido e suggerisce di sovrappesare le azioni, ma entro limiti ragionevoli a causa dei rischi che corriamo oggi. Questo mese abbiamo scelto di dividere questo sovrappeso tra l’Eurozona e gli Stati Uniti in modo da tenere conto (i) del differenziale di crescita tra Stati Uniti ed Europa, una tendenza che sembra destinata a durare e (ii) del fatto che qualsiasi vero protezionismo avrebbe un impatto maggiore sulle imprese europee che sono le piattaforme dell’economia globale.

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