La 'crisi' dei capital ratios

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di Marco Mairate 5 Giugno 2008 | 12:46
Mai come negli ultimi mesi, i ratios patrimoniali sono diventati l’argomento più caldo nel settore finanziario. Questi benchmark, vitali per monitorare la salute e la solvibilità delle banche, dall’inizio della crisi subprime hanno subito profondi ‘attacchi’ cui ora le banche cercano di mettere mano con iniezioni di capitali freschi.

La prima misura di capitale viene definita nel 1988  con un accordo che prende il nome di Basel Capital Accords (Basel Accord o Basel I).

Oggi questo sistema di regole è stato sostituito da un nuovo framework molto più complesso, conosciuto come Basel II. Con questi indicatori viene stabilita la percentuale del capitale di una banca (capitale composto da azioni ordinarie, azioni privilegiate, e utili non distribuiti) in rapporto agli asset rischiosi della stessa banca. In generale, quella che è considerata una banca ‘ben capitalizzata, presenta un rapporto capitale/asset rischiosi superiore al 10 percento. Secondo le ultime stime di Bloomberg, il capital ratio medio delle banche regolamentate era pari al 12,79% alla fine 2007.
 

Il problema è che dallo scoppio della crisi subprime e con le svalutazioni miliardarie cui sono seguite, la quota di asset rischiosi in carico a banche e società di investimento è balzata verso l’alto, facendo invece scendere inesorabilmente il capital ratio. Le banche però sanno bene che un capital ratio fuori controllo, significa possibili downgrade sul debito, stampa negativa e un aumento di attenzione da parte dell’Autorità di vigilanza.

Oggi i ratios patrimoniali di alcune grandi banche è peggiorato. Se infatti il capital ratio di Jp Morgan è del 12,57%, per altri gruppi di pari prestigio questo livello è molto più basso: Citigroup (10,7%);  Bank Of America (11,02%).

Cosa fare?

Per risollevare i ratios ‘depressi’, le banche non hanno molte strade se non effettuare le operazioni più svariate di rafforzamento della struttura di capitale: buy-back azionari, emissioni azionarie (con conseguente diluizione delle singole partecipazioni), taglio dei dividendi (anche del 40% come nel caso di Citigroup).

In definitiva il settore del credito, in questo momento, è costretto a concentrarsi più sulla propria sopravvivenza che sul core business, con conseguenze ovvie sui risultati. Nelgi ultimi dodici mesi, sempre secondo Bloomberg, le banche hanno perso qualcosa come 232 miliardi di dollari tra svalutazioni e perdite varie, di questi 132 miliardi sono stati ‘recuperati’ tramite aumenti di capitale o altre operazioni straordinarie (fondamentale per molti l’intervento dei fondi sovrani).

Se il processo di erosione dei ratio patrimoniali dovesse continuare a questi livelli, alla lunga avrà effetti dirompenti anche sull’economia reale. Risultato: da un ‘semplice’ rallentamento del ciclo economico (come quello che si prospetta oggi) si potrebbe arrivare a qualcosa di più grave e profondo da far impallidire la tanto sbandierata crisi dei mutui immobiliari.
 

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