Fondi sovrani: quando il petrolio dà alla testa

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di Marco Mairate 1 Agosto 2008 | 10:05
Entro il 2015 i fondi sovrani gestiranno più di 15 trilioni di dollari e controlleranno il 5% di tutte le compagnie quotate al mondo. Con questi numeri il club assume un peso economico e politico di rilevanza internazionale e solleva non pochi problemi sulle capacità ‘manageriali’ degli stati-gestori.

Ormai è un trend inarrestabile. I fondi sovrani, veicoli governativi in cui vengono riversati miliardi di dollari provenienti dalla vendita di materie prime e riserve monetarie, sembrano ormai la scelta obbligata per ogni stato che si rispetti.

Anche la Nigeria, paese ricchissimo di materie prime e ottavo esportatore di petrolio al mondo, sta pensando di implementarne uno. Il Ministro delle finanze Shamsudden Usman sembra infatti più convinto che mai che il paese africano debba avere il proprio fondo così come gli altri paesi esportatori.

Effettivamente guardano i numeri legati all’esportazione del petrolio sembra che il paese abbia tutte le carte in regola per debuttare in questo club da 3,85 trilioni di dollari.  Tra il 1970 e il 2007, la Nigeria ha incassato 436 miliardi di dollari tra profitti e royalties derivanti dal petrolio. Una montagna di soldi in parte però sperperata negli anni da conflitti interni e cattiva gestione. Oggi nelle casse dello stato sono rimasti comunque 60,74 miliardi di dollari che andrebbero così a costituire il patrimonio del fondo.

Ma è sufficiente avere disponibilità miliardarie per lanciarsi nel complicato mondo degli investimenti finanziari?
La recente crisi finanziaria globale insegna che una cosa è incassare mensilmente i profitti legati all’esportazione del petrolio, un’altra è mettersi a capo di un fondo di investimento con una potenza di fuoco immensa e riuscire a generare performance soddisfacenti soprattutto in queste condizioni di mercato.

Gli esempi (negativi) non mancano, soprattutto tra alcuni dei più grandi fondi governativi del pianeta, che, se dovessero chiudere oggi gli investimenti fatti in società (soprattutto finanziarie) compiuti negli ultimi mesi, registrerebbero perdite miliardarie.

Sono infatti 45 i miliardi di dollari ‘iniettati’ dai mega fondi in società finanziarie quali UBS, Citigroup, Merrill Lynch e altre (vedi tabella sotto) ma alle quotazioni attuali la cifra investita è già scesa di molto, generando perdite ‘virtuali’ miliardiarie.

Proprio per questo motivo l’Algeria, altro paese ricchissimo di petrolio e gas naturale, non sembra farsi incantare dal richiamo delle sirene e ha detto no alla costituzione di un proprio fondo governativo.

Il presidente dell’Opec e Ministro dell’energia e delle risorse minerarie, Chakib Khelil, di recente si è pronunciato contro la costituzione di un fondo ad hoc per gestire il l’attivo di bilancio. Anche il Ministro delle Finanze, Karim Djoudi, non sembra molto propenso al debutto nella finanza globale, “Vista l’attuale crisi finanziaria globale e il problema subprime, non ancora giunto al termine, i fondi sovrani stanno registrando perdite ingenti. Lanciare un fondo sovrano in un tale contesto di mercato sembra un’operazione a dir poco azzardata” ha commentato il Ministro.

Il punto sta proprio qui: l’aumento delle riserve ufficiali (legato principalmente all’elevato prezzo del petrolio e delle materie prime in genere) fa automaticamente di questi paesi dei bravi gestori dei propri patrimoni?  “Primo dobbiamo dimostrare di essere in grado di gestire bene la nostra economia e poi possiamo pensare di andare ad investire all’estero” ha risposto il Primo Ministro Algerino, Ahmed Benbitour.

Insomma meglio tenersi 126 miliardi di dollari di riserve sotto il cuscino e limitarsi ad un rendimento del 4% (la remunerazione che l’establishment di Algeri ottiene sul patrimonio) che comprare quote di investment bank prossime al fallimento.

Ai posteri l’ardua sentenza.

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