Asset allocation: ecco chi e quando ci guadagna dalla guerra

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di Redazione 1 Aprile 2022 | 10:31

Da più parti si discute delle perdite economiche derivanti dall’invasione della Russa in Ucraina, ma pochi si sono invece concentrati su chi ci guadagna.

La prima risposta è facile: i produttori di armi. Macron, che inizialmente aveva stanziato 50 miliardi di euro in bilancio ha ha dichiarato che sono insufficienti, Scholz ha annunciato la creazione di un fondo di 100 miliardi di euro (peraltro senza neanche informare i suoi alleati di governo), mentre in Italia si sta discutendo sullo stanziamento di una quota pari al 2% del PIL entro il 2028. Sicuramente non mancheranno però di arricchirsi anche i trader di prodotti energetici ed agricoli, quelli dei minerali e delle terre rare, tra i quali la Cina. Già, proprio la Cina che si trova in una situazione molto complessa e delicata. Che sia amica della Russia è noto, mentre è un po’ meno noto che intrattiene rapporti cordiali anche con l’Ucraina (è il primo paese importatore ed esportatore), che recentemente ha aderito al progetto della nuova Via della Seta. Tra l’altro, proprio alla vigilia dell’invasione, alcune società cinesi hanno acquisito il controllo della Borsa di Kiev.

Da un punto di vista economico poi, è innegabile che le sanzioni spingano sempre di più la Russia nelle braccia della Cina, anche se è ancora poco chiaro dove operativamente potrà arrivare l’alleanza. Anche da un punto di vista finanziario i cinesi escono vincenti: l’esclusione dal circuito Swift porterà la Russia verso la rete autonoma cinese Cips che faceva fatica a decollare e che troverà ora nuova energia. Le sanzioni incideranno sicuramente sull’economia Russa (è previsto che nel 2022 il PIL crollerà del 7-9% con una inflazione che potrebbe raggiungere il 17-20%), ma difficilmente la Russia potrà collassare, mentre è più facile che questo avvenga per l’Ucraina. Quello tra la Russia e la Cina appare dunque un matrimonio di convenienza  (i due paesi non si sono mai amati troppo), in cui i rapporti di forza sono però tutti a favore della Cina.

Rispetto solo a due mesi fa, lo scenario mondiale è quindi cambiato e anche se dovesse scoppiare la pace domani mattina, difficilmente gli investimenti in armamenti si fermeranno. I mercati in generale si riprendono da guerre e disastri, ed è probabile che lo facciano anche questa volta, anche se l’arsenale nucleare russo aumenta notevolmente i rischi. I mercati sono molto cinici: l’avvicinarsi delle guerre li indebolisce, ma prima che le guerre finiscano si rafforzano, trattando tutte le calamite umane con una forte indifferenza.

La strategia corretta per superare indenni le tempeste è sempre stata quella di guardare al medio e lungo termine: la storia mostra che mediamente un anno dopo la maggior parte delle crisi l’indice S&P 500 è aumentato di valore (i.e. +15% nel 1941 dopo Pearl Harbor e + 35% dopo l’invasione USA in Iraq nel 2003).

Come argomentavamo però, l’invasione della Russia potrebbe portare a un cambiamento geopolitico tale da far precipitare il mondo in una nuova guerra fredda. Anche se quest’ultima è stata distruttiva per una larga parte della popolazione, per i mercati azionari è stato invece un periodo eccellente.

A cura di Antonio Tognoli, Head of Research di Integrae Sim

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