Bnp Paribas IP: l’economia globale migliora ma non convince

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Nel comparto dei titoli di Stato la preferenza va agli Stati Uniti rispetto all’Eurozona poiché le obbligazioni statunitensi offrono un rendimento più elevato e sono meno esposte ai rischi legati alla situazione politica, spiega Joost van Leenders.

Chiara Merico di Chiara Merico6 ottobre 2016 | 06:46

SCENDONO I RENDIMENTI USA E GERMANIA – La notizia di un possibile accordo tra i membri dell’Opec per ridurre la produzione ha favorito un rincaro del petrolio, senza riuscire però a stimolare i mercati azionari, frenati in Europa dai timori per le prospettive del settore bancario, spiega Joost van Leenders, chief economist del team Multi asset solutions di Bnp Paribas Ip. Nel complesso, gli indici dei paesi avanzati sono rimasti sostanzialmente invariati, mentre il recupero dei mercati emergenti ha continuato a segnare il passo. I rendimenti delle obbligazioni decennali di USA e Germania sono scesi ai livelli di agosto, invertendo l’inclinazione della curva dei tassi di metà settembre. In Giappone, il nuovo tasso-obiettivo per i titoli decennali – fissato dalla banca centrale allo 0% – ha fatto in modo che i rendimenti scendessero meno rispetto a quelli di USA o Germania, ma comunque al di sotto del livello previsto dalla Banca del Giappone. I dati economici sono migliorati negli Stati Uniti e nel settore manifatturiero a livello globale, ma hanno delineato un quadro in chiaroscuro sia in Europa sia in Giappone.

OPEC: ANCORA NESSUN ACCORDO – Siamo scettici circa l’annuncio dell’Opec di un taglio della produzione di greggio. In realtà alcuni paesi – e in particolare l’Arabia Saudita – di recente hanno aumentato la produzione e – proprio per i sauditi – un lieve calo arriverebbe al momento opportuno, dato che l’attuale livello di estrazione potrebbe non rivelarsi sostenibile e, in ogni caso, opereranno una riduzione stagionale come è avvenuto negli ultimi anni. L’Iran ha formalmente aderito alla riduzione annunciata, ma al contempo sta firmando degli accordi per aumentare i barili da mettere sul mercato. Senza contare che Iraq e Libia di recente hanno registrato un notevole incremento della produzione, e un’eventuale stabilizzazione politica in Libia potrebbe favorirne un ulteriore aumento. Non bisogna dimenticare poi che la Russia – che non è membro dell’OPEC – non ha ancora deciso di cooperare, mentre il calo delle interruzioni di rifornimento in Nigeria e Canada ha accentuato l’eccesso di offerta a livello globale. Inoltre, un rincaro del greggio potrebbe richiamare rapidamente sul mercato i produttori USA di petrolio da scisto. A nostro avviso un eventuale accordo potrebbe essere compromesso dalla riluttanza dei principali paesi produttori a rinunciare a quote di mercato, nonché dalla propensione a produrre più di quanto concordato in modo da sostenere gli impegni finanziari. In questo quadro, il sottopeso nel comparto delle materie prime è rimasto invariato, fa sapere van Leenders.

USA: MIGLIORANO I DATI – Dopo una crescita debole nel primo semestre, l’economia statunitense dovrebbe registrare una ripresa nel terzo trimestre. Tale andamento pare abbastanza probabile, ma l’entità del recupero potrebbe rivelarsi inferiore alle attese. A inizio settembre, la media dei punteggi zero di vari indici che rilevano le sorprese economiche è scivolata in territorio negativo e non si è risollevata, il che significa che gli indici si collocano al di sotto della media di lungo periodo. L’indebolimento della ripresa è stato rilevato anche dall’indice GDPNow elaborato dalla Federal Reserve di Atlanta, che mostra il profilo di crescita del PIL nel trimestre in corso in base ai dati più recenti. Dopo un picco all’inizio di agosto, questo indicatore ha seguito una tendenza al ribasso, per poi crollare la settimana scorsa. Fortunatamente, gli ultimissimi dati economici sono stati più favorevoli: il PMI di settembre relativo ai servizi elaborato da Markit Economics è risultato più elevato del previsto, spingendo al rialzo l’indice composito sino ai massimi degli ultimi cinque mesi. Inoltre, ben due indici che rilevano la fiducia dei consumatori sono saliti a settembre e uno in particolare ha toccato il massimo post-recessione. I nuovi ordinativi di beni durevoli sono diminuiti nel mese di luglio ma le commesse di beni strumentali (al netto dei settori della difesa e dell’aerospaziale) sono aumentate per il terzo mese consecutivo. Tale andamento induce a pensare che gli investimenti delle imprese abbiano toccato il punto di svolta, anche se forse bisognerà aspettare un po’ prima che ciò si rifletta nelle cifre del PIL, dato che al momento le spedizioni di beni strumentali continuano a scendere, aggiunge van Leenders. La Federal Reserve – pur lasciando i tassi invariati a settembre – si è mostrata propensa a effettuare un rialzo entro la fine dell’anno. Le decisioni della banca centrale USA dipendono dai dati congiunturali. Riteniamo che adesso le cifre siano abbastanza robuste da giustificare un inasprimento dei tassi in dicembre, e anche le ultime dichiarazioni dei funzionari della banca centrale vanno in questa direzione.

ZONA EURO: TIMORI PER LA SOLIDITÀ DELLA CRESCITA
– Nel mese di settembre, l’Economic Sentiment Indicator (ESI) relativo all’eurozona si è issato con un balzo inatteso al livello più alto dal mese di gennaio, attenuando dunque i timori per la crescita alimentati da un PMI composito inferiore alle stime. Il miglioramento è stato più marcato nel settore manifatturiero. Germania e Paesi Bassi hanno capeggiato i rialzi, mentre Francia, Italia, Spagna e Belgio hanno accusato un ritardo. In termini nominali, l’ESI segnala un’accelerazione della crescita del PIL nei prossimi mesi che tenderà al 2% su base annua. A nostro avviso, tale proiezione pare eccessivamente ottimistica. La disoccupazione negli ultimi cinque mesi non è più scesa e, sebbene l’inflazione complessiva sia salita in settembre, tale andamento pare riconducibile soprattutto al rincaro dell’energia, come mostra il tasso core stabile allo 0,8%. Inoltre, in agosto l’espansione del credito bancario al settore privato è stata modesta. Per quanto ci riguarda, è probabile che tale configurazione indurrà la BCE a modificare il programma di acquisto attivi a dicembre, probabilmente modificandone i parametri relativi ai titoli ammissibili e prolungandolo oltre marzo 2017, sottolinea il chief economist.

SETTORE MANIFATTURIERO: MIGLIORAMENTO GLOBALE – In settembre, sono migliorati i PMI relativi al settore manifatturiero. Questo indicatore ha perso terreno negli Stati Uniti ma è migliorato nella zona euro, con la Germania che spicca in positivo. In Australia l’indice ha in gran parte recuperato il tonfo di luglio. In Brasile il miglioramento sta segnando il passo da tre mesi di fila, ma in Giappone il PMI ha superato la soglia dei 50 punti per la prima volta negli ultimi sei mesi. Inoltre, il PMI ha fatto segnare un miglioramento generalizzato in Europa orientale, mentre in Asia, Taiwan e Vietnam si è distinto positivamente. Tuttavia, in Cina il PMI ha registrato solo un lieve miglioramento attestandosi su un modesto 50,1 mentre in Corea del Sud ha continuato a scendere in picchiata e in India è precipitato a un livello che lascia presagire un’espansione inferiore al potenziale. Nonostante i dati indichino un miglioramento rispetto alla flessione osservata nella prima metà dell’anno, al momento le cifre suggeriscono che l’economia globale non riesce a cambiare passo continuando a crescere a ritmi blandi, rimarca van Leenders.

PROFITTI ANCORA SOTTO PRESSIONE: EUROPA IN SOTTOPESO – È possibile che la crescita del PIL sia in lieve miglioramento ma tendiamo a escludere che sia alle porte una svolta positiva per gli indici azionari. Crescita debole e inflazione bassa continuano infatti a rappresentare un ostacolo per la redditività delle aziende. Anche negli Stati Uniti, dove crescita e l’inflazione hanno accelerato in misura maggiore rispetto alla zona euro, i margini di profitto delle imprese rimangono sotto pressione. La modesta crescita della produttività non è sufficiente a compensare l’aumento del costo unitario del lavoro e c’è il rischio che le aziende continuino a fare economie sulle spese in conto capitale, precisa il chief economist. Pur restando scettici sui contenuti reali, riteniamo che il recente accordo raggiunto in seno all’OPEC possa comunque limitare i rischi al ribasso per il prezzo del greggio. Tuttavia, il traino per i consumi legato al ribasso delle tariffe energetiche si sta indebolendo e ciò probabilmente metterà alla prova la tenuta delle vendite al dettaglio, in particolare nell’area euro, dove la disoccupazione è ancora elevata. Oltre alla crescita modesta, le prospettive della zona euro sono offuscate da pericoli evidenti per il settore finanziario e da rischi più generici legati alla situazione politica. Pertanto, anche se quest’anno i titoli statunitensi hanno già registrato performance superiori a quelli europei, nell’ambito della sottoesposizione complessiva verso il comparto azionario preferiamo mantenere un sottopeso sui mercati del Vecchio Continente.

OBBLIGAZIONI: MEGLIO IN USA CHE IN EUROPA – Il tema d’investimento basato su un’accentuazione della ripidità delle curve dei tassi si è rivelato di breve durata. Nel comparto dei titoli di Stato privilegiamo gli Stati Uniti rispetto all’Eurozona poiché le obbligazioni statunitensi offrono un rendimento più elevato e sono meno esposte ai rischi legati alla situazione politica. Resta invariato il sottopeso nel debito emergente in valuta forte rispetto ai Treasury USA e alle azioni internazionali che a nostro avviso presentano multipli di mercato relativamente elevati in un contesto caratterizzato da vari fattori negativi: crescita economica lenta, incremento modesto dei profitti societari e inflazione bassa. Il gestore ha coperto gli eventuali rialzi degli attivi rischiosi attraverso un sovrappeso nel segmento delle small cap rispetto alle large cap USA e tramite opzioni call out-of-the-money con scadenza a dicembre sull’indice azionario statunitense S&P 500 che presentavano una valutazione interessante, conclude van Leenders.

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