Il pretesto che tutti aspettavano

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Nella settimana precedente si era posto l’accento sull’incremento di volatilità che cominciava nuovamente a caratterizzare i mercati azionari e puntuale è arrivata la crisi di liquidità della holding pubblica “Dubai World” ad accelerare questo quadro di incertezza che solitamente alimenta le oscillazioni degli indici e, con esse, un graduale ritorno all’avversione al rischio da parte degli investitori.

di Redazione11 dicembre 2009 | 11:00

di Patrizio Pazzaglia

 Chiariamo subito che la richiesta di moratoria sul debito proveniente dall’emirato si può considerare il classico pretesto, peraltro con qualche fondamento, che si aspettava per alleggerire l’esposizione azionaria e mitigare gli eccessi di ottimismo che alcuni settori, come quello bancario, esprimevano attraverso il livello raggiunto dalle quotazioni sulla base di risultati trimestrali sicuramente interessanti, ma fondati quasi esclusivamente sull’aleatorietà della finanza rispetto all’attività tipica di finanziamento.
Che si possa comunque generare un effetto sistemico, come nel caso del default Lehman, ci sembra francamente doveroso escluderlo, considerando che i problemi finanziari di Dubai, usando le parole del primo ministro britannico Gordon Brown, sono “contenibili e localizzati”. Nondimeno, i circa 60 miliardi di euro di perdite potenziali che le banche, soprattutto inglesi, si potrebbero trovare a fronteggiare, testimoniano la “fragile stabilità” del sistema bancario europeo, come ha scritto l’agenzia di rating Standard & Poor’s in un recente studio sul settore.
E, soprattutto, non va neanche trascurato, come da manuale di psicologia comportamentale, l’effetto depressivo sugli investitori legato ai timori, magari esagerati, di contagio su altre aree geografiche o su altre classi di investimento. Non può essere un caso che si ritorni a parlare della sostenibilità di alcuni debiti sovrani e che si allarghino conseguentemente i differenziali di rendimento offerti dai titoli di debito dei paesi meno virtuosi, Grecia in primis.
A fronte di questo scenario che si è fatto via via più complesso e di difficile lettura, chiamando in causa anche il ritorno di fantasmi del recente passato, la parola d’obbligo è prudenza, magari accompagnata da un incremento della liquidità in portafoglio e da un’attenta selezione dei temi operativi. Pur considerando che le difficoltà del Dubai rappresentino una delle diverse scosse di assestamento, peraltro periferiche, inevitabili dopo il sisma devastante che ha messo in ginocchio la finanza globale, continuiamo a suggerire un sottopeso sui titoli bancari, anche se siamo consapevoli della sostanziale “estraneità” dei nostri istituti alle problematiche dell’emirato.
Altra raccomandazione che ci sembra opportuna è quella di prendere profitto dal comparto del lusso (nel grafico l’andamento da inizio anno dei titoli italiani Bulgari e Luxottica), alla luce soprattutto della performance conseguita e, in via residuale, delle ripercussioni sulla tenuta dei consumi di paesi, come gli Emirati Arabi, tradizionalmente amanti del made in Italy.

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