Eredità di valori

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Alberto Cavalli di Alberto Cavalli9 giugno 2017 | 11:14

Uno dei libri più interessanti che siano stati scritti di recente sulle arti applicate è un volume del ceramista Edmund De Waal, intitolato “Un’eredità di avorio e ambra”. Si narra la storia della famiglia Ephrussi, che dalla metà dell’Ottocento alla seconda guerra mondiale ha giocato un ruolo di rilievo nell’alta finanza europea: ma la storia è raccontata intorno a una bellissima collezione di figurine giapponesi tradizionali, i netsuke – piccole forme buffe intagliate nell’avorio o nell’osso, che si legavano alla cintura del kimono. A partire da questa collezione, l’autore dipana una trama fitta e a volte ricca di eventi dolorosi, che ci porta a riflettere sul concetto – appunto – di eredità.

Lasciti per l’umanità
Siamo abituati a pensarla in termini economici, come un lascito testamentario attraverso il quale qualcuno dispone in nostro favore del denaro o beni di altro tipo. Ma c’è un altro tipo di eredità: quella culturale, o spirituale, o morale. I collezionisti hanno fondato musei e fondazioni che ci permettono, ancora oggi, di godere del frutto della loro passione. I grandi santi ci hanno lasciato il loro esempio e le loro memorie. Ma noi, quale segno lasciamo a chi verrà dopo di noi, attraverso il quale sarà possibile risalire al valore di quanto abbiamo fatto?
Se ci ponessimo questa domanda con la superba intenzione di chi si crede immortale, e non vuole quindi rinunciare a nulla, saremmo stolti e miopi. Dobbiamo invece interrogarci su quello che sapremo lasciare con un altro spirito: uno spirito di servizio e di generosità, di attenzione e di impegno, di trasmissione e di generatività.

Un nuovo Rinascimento
Nelle botteghe dei grandi artigiani italiani, questo concetto di “eredità” diventa una vocazione alla trasmissione: attraverso il progetto “Una Scuola, un Lavoro. Percorsi di eccellenza” (www.unascuolaunlavoro.it) la Fondazione Cologni cerca proprio di far rivivere quello spirito tutto rinascimentale del passaggio del mestiere da maestro ad allievo, che diventa anche scuola di vita e di saggezza. I maestri artigiani ci ricordano quindi un aspetto importante: che la prossima generazione, nata e cresciuta in un mondo iperconnesso e digitale, forse si aspetta da noi un mondo in cui i valori “analogici” siano e restino autentici e profondi.
Un mondo in cui la gentilezza sia un elemento che ci rende forti: vogliamo essere ricordati come persone aride e arroganti o come esseri umani che hanno saputo, con il loro esempio, distendere i rapporti e portare un po’ di rispetto dove c’era solo ostilità?

Partire dagli esempi
Oggetti o ricordi, metodi o esempi, ricchezze o parole: l’eredità che sapremo e vorremo lasciare si costruisce ogni giorno, accumulando non solo “beni” ma anche “valori”. Per fare in modo che le nostre azioni non restino vane e banali, ma lascino un segno che qualcun altro riprenderà e approfondirà, come ogni grande artigiano sa bene.
Questo è il senso dell’eredità che trasmettiamo anche a coloro che forse non conosciamo nemmeno, e che tuttavia potrebbero beneficiare della gratuita generosità con cui affrontiamo il nostro tempo: e questa, forse, è l’eredità più preziosa, che arricchisce tutte le generazioni.


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