Più banche per tutti

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di Matteo Chiamenti 19 Maggio 2010 | 08:30
Il sistema bancario riveste un’utilità sociale all’interno dell’economia di un Paese sia sotto forma di raccolta e remunerazione del risparmio affidato sia sotto forma di finanziamento alle imprese e alle famiglie. La riflessione di Luigi Santovito, esperto di finanza etica.

Dal 1800 in poi in Europa si sono sviluppati due modelli di banca: quello tedesco e quello inglese. Il modello tedesco che  prevedeva oltre al finanziamento a breve termine l’ingresso nel capitale delle imprese è man mano scomparso cedendo il passo dopo la crisi del 1929 al modello inglese che non prevedeva investimento della banca nel capitale di rischio delle aziende.  L’attività bancaria odierna è costituita dalla raccolta del risparmio tra il pubblico e dall’esercizio del credito sotto forma di società per azioni, di banche popolari e di credito cooperativo.  Di altra natura sono le banche d’affari, di investimento e quelle che svolgono attività di corporate finance. Queste ultime  realtà bancarie hanno conosciuto negli ultimi anni momenti di crisi delineando la crisi del modello di banca occidentale e permettendo l’affermarsi  nel panorama mondiale delle banche etiche, ovvero fondate su principi etici che dimostrano una maggiore sensibilità ai temi “morali” del mercato.  In Italia la più conosciuta è la Banca Etica nata dalle esperienze delle cooperative Mutue per l’Autogestione  che avevano l’obiettivo di creare una raccolta e impiego del risparmio tra i soci privilegiando chi si trovava in situazioni di difficoltà e proporre progetti di utilità sociale.

A contrapporsi al modello occidentale di banca vi sono le banche di diritto islamico. La prima esperienza del genere risale al 1963 in Egitto anche se il vero sviluppo lo si deve temporalmente dagli anni  ’70 in poi con la crisi petrolifera e con la ricerca di un indirizzo comune da parte dei Paesi del Golfo. Nel mondo occidentale cristiano esiste una visione della legge prettamente laica e una divisone netta tra religione e legge, mentre nella realtà islamica tutto è regolamentato dal libro sacro del Corano: dai rapporti di famiglia, alle successioni, dai contratti, alla proprietà, ai rapporti sociali e di lavoro, alla fiscalità. Il divieto di base è quello che riguarda l’usura, intesa sia come pagamento di un interesse commisurato al tempo per il denaro dato a prestito o investito  e ne diviene una diversa visione della moneta che diventa capitale solo quando viene investita in un’attività economica e il denaro conferito sotto forma di prestito è un debito dell’impresa, che, di per se’,non dà diritto a nessun profitto. Altro concetto fondamentale della finanza islamica è il divieto della speculazione e dell’effettuare operazioni dove l’incertezza è un elemento del contratto. La raccolta bancaria è realizzata tramite i conti correnti (wadia) per cui non è prevista alcuna forma di remunerazione e gli «investment deposit», forme di deposito in cui il depositante partecipa ai profitti (o alle perdite) derivanti dagli investimenti realizzati dalla banca e pertanto non beneficia della protezione del valore nominale del deposito in caso di perdite  anche se il rischio perdita può essere attenuato da un fondo riserva banca apposito.

Sul fronte impieghi si distinguono gli strumenti «profit loss sharing» , in cui la banca e il cliente condividono il rischio dell’investimento attraverso la partecipazione agli utili e alle perdite derivanti dal progetto, e strumenti «non profit loss sharing», contratti di scambio, di trasferimento di usufrutto o di agenzia, in cui il ritorno dell’investimento per la banca (mark up) è legato alla prestazione di un servizio.
Tra gli strumenti finanziari islamici maggiormente conosciuti sono i fondi comuni, in particolari azionari, e i sukuk (certificati fiduciari). I fondi islamici hanno la particolarità di investire in aziende che svolgono attività permesse dal Corano ( no comparto delle bevande alcoliche, del tabacco, della carne di maiale, della pornografia, del gioco d’azzardo, delle armi, no ad imprese troppo indebitate e quelle che ottengono una percentuale elevate dei loro ricavi da interessi attivi su prestiti concessi, tutte le banche e società di assicurazione e le società che hanno come partner commerciale Israele) e non forniscono servizi finanziari convenzionali. Inoltre, nel caso in cui l’attività dell’impresa sia lecita, ma l’azienda deposita o presta denaro con interesse, i dividendi sono sottoposti al processo di «purificazione» .
I sukuk sono certificati fiduciari, con sottostanti attività reali, rappresentativi della proprietà di un’attività o del suo usufrutto. I ritorni del sukuk sono generati dai beni esistenti o da un bene in costruzione.

Nella banca occidentale la concessione del credito è subordinata alla valutazione delle garanzie che l’azienda o i soci possono apportare  sostegno della richiesta, mentre il banchiere islamico valuterà il progetto imprenditoriale e la validità del piano industriale al fine di ottenere un risultato positivo nella divisione dei profitti conseguiti dall’azienda. Ne diviene che la legge islamica vieta ogni contratto che si basi su speculazione, incertezza e rischio e pertanto sono vietati strumenti della finanza occidentale come: futures (contratti con i quali una parte si impegna ad acquistare o vendere un determinato bene ad una certa scadenza e ad un determinato prezzo), le opzioni (con i quali ci si riserva la facoltà se eseguire o no un determinato contratto entro un termine stabilito o ad una data fissata), le vendite allo scoperto ( si vendono titoli che non si possiedono ad una certa scadenza sperando che nel frattempo il prezzo scenda e che sia possibile acquistarli ad un prezzo inferiore per dare esecuzione al contratto) e gli strumenti derivati ( contratti ad alto rischio costruiti sulla base di acquisti e/o vendite di opzioni,future, indici,titoli, merci o tassi di interesse). Sono altresì vietate le operazioni in cambi e i contratti di assicurazione.
Negli ultimi anni si è assistito ad una forte crescita dell’offerta di prodotti Sharia compliant (prevalentemete rivolta al segmento private e wholesale) nei paesi occidentali con i distinguo del caso. In Europa risiedono circa 13 milioni di musulmani, circa il 4% della popolazione complessiva con ampi margini di crescita. Il paese con la comunità islamica più numerosa è la Francia con 6 milioni di individui, a seguire Regno Unito e Italia con 1,6 e 1,3 milioni rispettivamente. A tal proposito si nota che la distribuzione e presenza di prodotti sharia compliant non è legata al numero di musulmani presenti bensì alla centralità delle piazze finanziarie e allo sforzo fatto dalle istituzioni per creare un contesto di regole favorevoli e condivise. Esistono pertanto nel Regno Unito circa 20 realtà che offrono tali prodotti in ambito retail con i seguenti modelli: la prima banca islamica pura autorizzata ad operare in Europa (la islamic bank of Britain), islamic windows di banche inglesi e alcune banche con sede legale nel Regno Unito, ma di proprietà di gruppi esteri. Nel Regno Unito si stanno rimuovendo a poco a poco alcuni ostacoli normativo-legali per la commercializzazione dei prodotti Sharia compliant come denotano gli interventi effettuati attraverso i finance acts del 2000,2003,2005 e 2007 che hanno regolamentato alcuni aspetti dei conti di investimento, dei mutui immobiliari, della remunerazione degli strumenti di risparmio e investimento e il trattamento fiscale dei sukuk.
Per l’Italia la direzione bancaria sembra essere quella di distribuire prodotti sharia compliant  di terzi giovandosi di accordi distributivi con banche estere per poi definire, col tempo, modelli di business più rotati.
A parte i problemi di accounting, costruzione di prodotti e regolamentazione, la finanza islamica conosce un trend di crescita forte anche a seguito dell’internazionalizzazione di operatori arabi nei segmenti retail e dell’importanza nelle piazze finanziarie mondiali che iniziano ad avere.

La finanza islamica e’ un tema poco conosciuto anche a chi si occupa tutti i giorni di finanza. Ad essere conosciuti sono da tempo i fondi sovrani appartenenti a Stati islamici, la cui politica prevede l’ingresso di quote di capitale di aziende importanti grazie all’extraliquidita’ frutto delle vendite di petrolio. (In Italia ad esempio il fondo sovrano libico col 4,3% di Unicredit).
In un tessuto mondiale colpito da una crisi frutto di speculazioni, la finanza islamica non e’ la soluzione, ma diciamo che una maggiore presenza di banche islamiche potrebbero creare una “moral suasion” ai loro principi ispiratori, che in realtà sono norme normali che mirano al raggiungimento del bene comune attraverso prudenza, gestione oculata e buona e imparziale consulenza al cliente nel campo della finanza. Bisognerà  affrontare nuove sfide: le banche non sono attualmente interessate a sviluppare soluzioni innovative sino a che la domanda non consentirà efficienti economie di scala, alla luce della considerazione che tali prodotti non raccolgono l’interesse dei clienti non musulmani. Di sicuro la finanza islamica contribuisce a velocizzare il passaggio da diversity bank (range di prodotti che coprono tematiche di genere) a welcome bank (prodotti dedicati agli immigrati per favorire l’integrazione) a equality bank (prodotti a valore aggiunto e rispettosi delle identita” culturali) al concetto moderno di open bank (prodotti che coprono sia la finanza convenzionale che quella islamica per aumentare l’offerta sul mercato finanziario e per offrire una base per una
maggiore integrazione.

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