Italia, tempi lunghi per il governo ma ai mercati interessano le riforme

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di Luca Spoldi 6 Marzo 2018 | 17:12

Tempi lunghi per un governo

Quanto ci vorrà prima che l’Italia abbia un nuovo governo? Se lo chiedono investitori e analisti che guardando alla storia recente sembrano rassegnati ad attender alcune settimane, se non mesi. Dal 1992 a oggi, infatti, ci sono voluti in media 51 giorni perché un governo giurasse dopo una elezione, secondo dati elaborati da Jp Morgan Chase, col governo guidato da Giuliano Amato che detiene ancora il record avendo dovuto attendere 90 giorni prima di vedere la luce. Dopo Amato i governi che più si sono fatti attendere sono stati quelli di Enrico Letta (64 giorni) e il primo governo di Silvio Berlusconi (53 giorni per vedere la luce, nel 1994).

Si comincia il 23 con Senato e Camera

“Saranno Luigi Di Maio e Matteo Salvini in grado di battere quel record?” si domanda oggi l’agenzia Bloomberg, ricordando come prima che il presidente Sergio Mattarella sia in grado di aprire le consultazioni e dare un qualsivoglia incarico il neoeletto parlamento italiano dovrà riunirsi il 23 marzo per proclamare i nuovi presidenti del Senato e della Camera, seconda e terza carica istituzionale della Repubblica Italiana. Solo a quel punto si capirà se sarà possibile vedere la nascita di un nuovo governo, o se si dovrà andare ad una nuova tornata elettorale dopo l’estate, affidando in ogni caso al premier in carica, Paolo Gentiloni, il compito di occuparsi dell’ordinaria amministrazione sino ad allora.

Importante proseguire con riforme

Un attesa prolungata o, peggio, un nuovo ricorso alle urne potrebbe penalizzare gli asset italiani secondo molti operatori, se non altro in termini di maggiore volatilità rispetto ad altri mercati e di un possibile rialzo dello spread tra Btp e Bund. Il fatto peraltro che dopo le elezioni non sembri aumentato il rischio di un’uscita dell’Italia dall’eurozona ha per ora rassicurato gli animi. Ora, secondo molti gestori e trader, sarà importante mandare segnali precisi che chiunque governerà non scardinerà la politica fiscale cercando di mantenere promesse irrealizzabili, e che saprà proseguire su quel cammino di riforme in grado di irrobustire i segnali di recupero della competitività, degli investimenti e dell’accesso alle risorse di mercato emersi negli ultimi mesi.

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