Protezionismo: il buono, il brutto e il cattivo

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di Finanza Operativa 30 Marzo 2018 | 10:00

A cura di Sarah Salamoun, Forex and Precious Metals Advisor, Indosuez Wealth Management

Tutto sembrava andare per il verso giusto. La crescita economica era ben avviata e il mercato azionario americano aveva toccato nuovi massimi, anche il petrolio era rimbalzato dai livelli minimi di questi ultimi anni. Inevitabilmente, anche le tensioni geopolitiche a cui alla fine si è aggiunto un nuovo elemento: il protezionismo americano. Di seguito analizziamo quello che è il buono, il brutto e il cattivo del protezionismo e le sue conseguenze in termini valutari.

Il “buono”
Anche se esentato dall’introduzione delle tariffe su alluminio e acciaio, il dollaro canadese risulta essere la peggiore valuta dei paesi G-10 in termini di performance da inizio anno a causa dei timori relativi alla rinegoziazione degli accordi NAFTA, nonostante i prezzi del petrolio si stanno mantenendo ben al di sopra del prezzo di break even del Canada. Considerato che un buon 20% del Pil canadese proviene dalle esportazioni verso gli Stati Uniti, non sorprende che il sentimento ribassista sul Canada abbia spinto al rialzo il cambio USD/CAD a 1.3130 (il massimo degli ultimi dieci mesi). Comunque, la strada non è tutta in discesa. Il Canada ha esteso i suoi accordi commerciali con l’Unione Europea sotto l’accordo EU-Canada Comprehensive Economic and Trade Agreement (CETA 2017). Dato che la banca centrale canadese probabilmente procederà a due rialzi dei tassi nel 2018, contando su un contesto macroeconomico stabile, il dollaro canadese potrebbe risollevarsi presto poiché i timori relativi agli scambi commerciali sono già stati incorporati nel prezzo. Nel migliore dei casi, la tempesta del protezionismo statunitense potrebbe attenuarsi e scomparire nel tempo.

Il “brutto”
Le nuove tariffe dovrebbe aiutare le società che operano nel settore dell’acciaio e dell’alluminio nel breve termine, ma nel medio termine esse potrebbero impattare negativamente sui livelli del dollaro americano. Cina, Unione Europea e Giappone rappresentano i due terzi dell’intero disavanzo commerciale degli Stati Uniti e le misure di ritorsione non sembrano poi così lontane. Sebbene non sia per nulla imminente uno scenario in cui la storia si ripete (si pensi alla legge Smoot-Hawley Act del 1930 che determinò una riduzione degli scambi commerciali a livello mondiale pari al 60%), una ricaduta negativa dall’innalzamento di barriere commerciali potrebbe tradursi in un sentimento ribassista sul dollaro americano e scoraggiano gli investitori internazionali a non finanziare il già gonfiato debito americano. Con la Cina che detiene la quota maggiore del debito americano (pari a 1,25 trilioni di dollari), essi potrebbero attuare una politica di ritorsione consentendo allo yuan di deprezzarsi ulteriormente nei confronti del dollaro, aumentando ulteriormente le tensioni commerciali (si ricordi l’accusa fatta da Trump alla Cina di manipolare la propria valuta nel 2017). Siamo tutti in attesa di capire cosa emergerà dalle investigazioni condotte dalla Sezione 301 americane nei prossimo mesi circa le politiche e le pratiche cinesi e in che modo queste si ripercuotono sul commercio statunitense. In ogni caso è giusto aspettarsi qualche ritorsione dalla Cina prima o poi.

…e il “cattivo”
L’ipotesi dello scenario più catastrofico, ovvero quella di una guerra commerciale vera e propria, sembra altamente improbabile, anche se ci sono alcuni punti da considerare. Una disaffezione verso il rischio a livello globale potrebbe condurre gli investitori verso attività finanziarie  più sicure: Yen, Franco Svizzero e oro, fin qui niente di nuovo. La guerra commerciale potrebbe tradursi anche in una guerra valutaria, con le Banche Centrali  che s’ingaggiano “in una corsa verso il basso” (al fine di dare impulso alle esportazioni attraverso la svalutazione monetaria). Le società con catene di approvigionamento complesse potrebbero a quel punto assistere a una riduzione dei margini e essere soggette a una maggiore volatilità e prese di profitto sui mercati azionari, situazione che nel lungo periodo potrebbe favorire il dollari. In questo caso, il valzer verso le attività finanziarie prive di rischio  potrebbe tornare di moda, con l’oro a trionfare su tutte le altre alternative.

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