Brexit ai tempi supplementari

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Avatar di Gianluigi Raimondi 26 Marzo 2019 | 15:30

Il 29 marzo sarebbe dovuta scattare l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Tuttavia, il fallimento da parte del Governo britannico nel ratificare l’Accordo del ritiro ha spinto l’UE a concedere un’estensione della scadenza dell’Articolo 50. In occasione del summit europeo della scorsa settimana, i leader hanno deciso di garantire tale proroga in base all’esito di un terzo “voto significativo” che avrà luogo questa settimana. Se il Parlamento britannico votasse a favore del deal del Governo, allora la Brexit sarà posticipata fino al 22 maggio, consentendo così a tutti i partiti di approvare la legislazione necessaria per assicurare una transizione ordinata della Brexit. Se invece il Parlamento voterà contro il deal, allora il Governo dovrà informare l’UE su come intende procedere entro il 12 aprile. Ecco nel dettaglio la view di Azad Zangana, Senior European Economist and Strategist, di Schroders.

Questa settimana in Parlamento si consumerà il dibattito sui prossimi passi del Regno Unito prima che potenzialmente venga tenuta una serie di votazioni indicative per stabilire un consensus

Tali votazioni non saranno vincolanti, ma potrebbero certamente aiutare a delineare il percorso. Se il Governo percepirà di poter vincere un terzo “voto significativo” sull’Accordo del ritiro, allora probabilmente pianificherà questo voto verso la metà di questa settimana. In questo modo, ci sarebbe tempo a sufficienza entro la fine della settimana per tenere un voto su come modificare la legislazione attuale per rimandare la Brexit rispetto al 29 marzo o al 12 aprile o al 22 maggio, a seconda del risultato del terzo voto.

Nonostante la recente votazione contro la Brexit no-deal in qualsiasi circostanza, le prospettive di una Brexit senza accordo rappresentano ancora un rischio reale

Il Primo Ministro sta subendo pressioni enormi perché si dimetta, in quanto incolpata della non riuscita del deal. Crediamo che l’accordo sul tavolo da parte dell’UE sarebbe stato sostanzialmente lo stesso, a prescindere da chi avesse condotto le negoziazioni, e Theresa May potrebbe essere costretta a farsi da parte per assicurare una transizione ordinata.

Se May si dimettesse, allora verrebbe innescata la corsa alla leadership, ma le agenzie suggeriscono che potrebbe essere instaurata una carica ad interim. Se tale carica dovesse essere presa da un rappresentante a favore del ‘remain’, che promettesse di coinvolgere l’opposizione, allora potremmo assistere a una transizione ordinata verso una soft Brexit, che implicherebbe la continuazione dell’appartenenza all’unione doganale. Tuttavia, se dovesse diventare Primo Ministro un rappresentante favorevole a Brexit, allora il rischio di un “no-deal” o di lasciare il WTO permarrebbe, anche in presenza di un periodo di transizione.

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