Usa: dimenticate il dibattito dovish contro hawkish

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di Gianluigi Raimondi 16 Febbraio 2021 | 10:00

“Per gli investitori che si interessano della situazione economica statunitense il dibattito ruota generalmente attorno a dovish – sostenitori di una politica monetaria flessibile e accomodante – contro hawkish – difensori di una politica monetaria strutturalmente più rigorosa e restrittiva.  Oggi, però, questo confronto simbolico sembra aver perso ogni rilevanza”. Ad affermarlo è Clément Inbona, gestore de La Financière de l’Echiquier, che di seguito dettaglia la propria view.

La Fed, come ci ha ricordato ancora una volta Jerome Powell, manterrà una politica monetaria accomodante finché l’economia non sarà vicina alla piena occupazione. E con un tasso di disoccupazione che egli stima al 10%, non si prevede di tornare alla piena occupazione se non tra qualche semestre, vale a dire quando il tasso di disoccupazione si attesterà al 3 o 4%. Solo un membro della Fed, infatti, prevede un aumento simbolico dei tassi di +0,25% entro la fine del 2022, mentre per gli altri 16 i tassi di riferimento dovrebbero rimanere stabili in un range compreso tra 0 e 0,25%. Inoltre, 12 dei 17 governatori ritengono che i tassi siano ancora stabili e quindi vicini allo zero alla fine del 2023. La stretta monetaria non è dietro l’angolo, a meno che non si assista a un surriscaldamento improvviso dell’inflazione. A medio termine, almeno, la questione sembra essere definita.

Ecco perché un nuovo duello si sta profilando tra gli osservatori dell’economia statunitense: le formiche – sostenitrici di uno stimolo fiscale più misurato – contro le cicale – fautrici di una spesa pubblica generosa e in tempi ravvicinati. Il dibattito non riguarda nemmeno più la politica monetaria ma il suo corollario governativo: la politica fiscale. Il punto consiste ora nel capire se le misure di sostegno e di stimolo non siano sovradimensionate e in grado di causare un surriscaldamento della crescita e dell’inflazione, generando squilibri non previsti. Ricordiamo che, nel 2020, la recessione degli Stati Uniti è stata pari a -3,5% “soltanto”, mentre il deficit di bilancio è cresciuto a -15,6%, di oltre 10 punti rispetto al 2019. I dati, per il 2021, sono ancora più evidenti: la crescita prevista è del +4,1% negli Stati Uniti a fronte di un deficit previsto di -10% e più. Gli stimoli fiscali superano di gran lunga le variazioni del PIL degli Stati Uniti nel 2020 e 2021. Sul piano economico e sociale, i segni lasciati dalla crisi sono profondi, e questo confronto tra formiche e cicale sembra tutt’altro che secondario.

Nell’eurozona questo argomento sembra irrilevante per il momento. Nonostante sia stata l’area maggiormente colpita dalla recessione, con un -7,2% nel 2020, la portata dei piani di recupero finora discussi è irrilevante rispetto a quelli dello Zio Sam: un deficit di -9,5% nel 2020 che si ridurrebbe a -6,2% nel 2021.

Poiché sono stati colpiti più duramente dalla crisi, sembra ora necessario che i Governi e l’Unione europea intervengano velocemente con nuove misure di stimolo in modo che l’area non sia ancora una volta, come nel periodo successivo al 2008, il fanalino di coda. I cittadini europei potrebbero presto invocare per il trio Macron-Merkel-Mario una versione rivisitata della favola “La cicala e la formica” di La Fontaine, con questo finale: “Spendete adesso, se vi pare!”

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