Economie emergenti colpite da Fed e commodity

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di Finanza Operativa 11 Settembre 2015 | 12:00

A cura di Sace
• Le ultime settimane hanno riproposto le tesi di una stagnazione perenne o di bolle speculative come unico strumento per alimentare la crescita economica. La Cina ha visto crescere la sua terza bolla in sei anni, questa volta di natura finanziaria. Al di là delle isterie finanziarie di questi giorni, non bisogna dimenticare il cambiamento strutturale che sta avvenendo nel Gigante Asiatico: Pechino sta conducendo la propria economia verso un modello di sviluppo di medio-lungo periodo, più concentrato sui consumi.
• La bolla cinese alza il velo sulla tenuta dell’economia reale degli altri mercati emergenti e sulla loro domanda di beni e servizi. SACE ha analizzato i primi venti mercati emergenti di destinazione dell’export italiano per comprendere quali geografie siano effettivamente vulnerabili a shock esogeni.
Le ultime settimane hanno riproposto lo spettro della saturazione del mercato, accreditando le tesi di una stagnazione perenne o di bolle speculative come unico strumento per alimentare la crescita economica. La Cina, che negli ultimi decenni ha fatto registrare tassi di crescita a due cifre, ha visto crescere la sua terza bolla in sei anni. Questa volta di natura finanziaria, dopo quella del mercato immobiliare e dell’indebitamento privato e degli enti locali.
I tonfi ripetuti della borsa di Shanghai sono risuonati su tutti i principali mercati finanziari. A ben vedere, però, l’indice di Shanghai era più che raddoppiato nei dodici mesi precedenti, molte aziende quotate capitalizzavano 100 volte il proprio fatturato (con un P/E che tendeva in alcuni casi all’infinito) e circa 6.000 miliardi di USD (tre volte e mezzo il PIL italiano) erano investiti in hedge fund e ETF a carattere speculativo. Gli shock di queste settimane non sembrano però riflettere i fondamentali dell’economia reale e un “aggiustamento” dei listini appariva quantomeno prevedibile.
In un contesto sopravvalutato, i capitali finanziari avevano già cominciato a prendere il largo mesi fa (400 miliardi di USD fuoriusciti dalla Cina nella prima metà dell’anno) e oggi l’attenzione sembra già essersi spostata sulla maggiore mobilità della valuta. Dopo un apprezzamento del 24% nell’ultima decade, il governo cinese ha infatti svalutato lo yuan del 3%. L’azione moderata adottata dalla Banca Centrale cinese è un segnale che va più nella direzione di una maggiore liberalizzazione del regime di cambio che di un sostegno dell’export nel breve periodo, ma a nostro parere il deprezzamento rimarrà contenuto.
Una svalutazione eccessiva dello yuan andrebbe infatti contro gli interessi di Pechino, se l’obiettivo di medio termine rimane quello di avvicinarlo al gotha delle valute internazionali, facendolo rientrare nel paniere delle valute del FMI per il calcolo degli Special Drawing Rights. Al di là delle isterie finanziarie di questi giorni, non bisogna poi dimenticare il cambiamento strutturale che sta avvenendo nel Paese: Pechino deve condurre la propria economia verso un cambiamento sostanziale nel medio-lungo termine, anche al costo di ripercussioni negative nel breve e la transizione verso un modello di sviluppo che punti sui consumi, invece che su esportazioni e investimenti, può rallentare la crescita del PIL.
Si tratta di un aggiustamento che può richiedere anche anni e per il quale occorrono determinazione politica e risorse economiche, che la Cina comunque possiede ma che e oggi sta utilizzando in maniera più cauta, soprattutto se paragonate agli ingenti stimoli messi in campo nel 2009. Proprio questo atteggiamento meno interventista da parte delle autorità cinesi e più aperto al mercato ha causato un certo panico sulle piazze d’affari.
Alla ricerca di certezze. La propagazione degli effetti della bolla cinese agli altri mercati emergenti alza il velo sulla tenuta dell’economia reale di questi Paesi – più che del gigante asiatico – e, quindi, sulla loro domanda di beni e servizi, forse ancor più preziosa per le aziende italiane di quella proveniente dal lontano oriente (la Cina nel suo insieme rappresenta “solo” il 2,6% del nostro export). Che il turmoil sia generalizzato appare abbastanza evidente osservando l’andamento dell’indice MSCI di Paesi emergenti e Paesi avanzati: a differenza del 2009, questo turmoil interessa molto più marcatamente gli emergenti, ma negli ultimi 5 anni la ciclicità dell’afflusso e deflusso di capitali – soprattutto equity – da queste geografie è stata molto più ravvicinata, confermando la natura finanziario-speculativa di questi movimenti.
L’altro fantasma che si aggira per il mondo è la caduta dei prezzi delle commodity: carbone e acciaio prima, gas naturale e petrolio poi. E’ l’export di commodity che infatti ha alimentato la domanda dei Paesi emergenti e la crescita globale post-2008. Ma anche in questo caso abbiamo la memoria corta: nel 2008 è stato proprio il crollo del greggio (da 146 dollari al barile in luglio a 34 in novembre) a dare un contributo importante alla ripresa globale dell’economia e dei mercati finanziari.
Oggi la compressione dei prezzi deriva da un eccesso di offerta più che da un problema di domanda: i Paesi produttori ne soffriranno un po’ – ma gran parte di essi sono ben attrezzati per sostenere lo sforzo – e svaluteranno le loro valute per farvi fronte, gli altri trarranno beneficio dall’efficienza energetica e dall’abbondante energia a buon mercato.
Le minori entrate per i Paesi esportatori di materie prime, con la conseguente riduzione della spesa pubblica e accresciuti livelli di debito, insieme alle turbolenze valutarie innescate sull’onda delle mosse attese dalla Federal Reserve USA, sono fenomeni in corso che colpiscono più duramente le economie emergenti in fase di catch-up, indebolendone i fondamentali economici e le prospettive di crescita.

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