Perché l’Europa deve guardare all’Asia: il caso Moncler

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di Stefano Fossati 23 Febbraio 2021 | 10:00

“Pmi manifatturieri in forte aumento e ben al di sopra delle aspettative, a dimostrazione di un’attività industriale in ottima forma… Un sondaggio Zew con lo stesso andamento, per sottolineare la maggior fiducia degli investitori tedeschi vista l’euforia dilagante sui mercati all’inizio dell’anno… Risultati aziendali di gran lunga superiori alle previsioni con tassi tra i più alti degli ultimi anni… Ristoranti aperti in Italia o in Spagna, segnali di un ritorno a una vita normale… La situazione nell’Eurozona sembra migliorare sotto molti punti di vista e questo momentum positivo potrebbe persino offrire, a breve termine, un potenziale di sovraperformance per le azioni europee dopo la leggera sottoperformance registrata dall’inizio dell’anno. Eppure, a più lungo termine le prospettive si rivelano meno entusiasmanti“. Lo sottolinea Enguerrand Artaz, gestore di La Financiere de l’Echiquier. Di seguito la sua visione.

Con l’implementazione di misure di contenimento molto più drastiche e spalmate nel tempo rispetto agli altri continenti, i leader europei hanno inferto un duro colpo all’economia del Vecchio Continente. Infatti, ancorché veloce, la risposta di bilancio rimane pur sempre insufficiente alla luce della concorrenza globale. Mentre gli Stati Uniti si appresterebbero a varare un terzo piano di rilancio, l’ipotesi di un secondo piano per l’Unione Europea è pura fantasia. Le conseguenze sono tutt’altro che neutre se consideriamo che lo stimolo fiscale negli Stati Uniti rappresenterà più del 10% del Pil previsto nel 2021, contro il 6% soltanto nell’Eurozona.

Si è in effetti allargato, tra il periodo pre-crisi e oggi, il divario di crescita previsto tra l’Eurozona e le altre grandi aree economiche. Un anno fa, il divario di crescita tra l’Eurozona e gli Stati Uniti a tre anni (dal 2020 al 2022) si attestava al 2%, contro il 14,6% tra la stessa Eurozona e la Cina. Gli stessi divari sono ora pari rispettivamente al 3,3% e al 16,4%. Alla fine del 2022, il PIL statunitense potrebbe aumentare di quasi il 4% rispetto al livello raggiunto alla fine del 2019, mentre nell’Eurozona sarà a malapena in crescita. La stessa dicotomia contraddistingue poi gli utili aziendali attesi. A 12 mesi, gli utili delle aziende statunitensi dovrebbero tornare ai livelli pre-crisi, ma segnare un’ulteriore flessione del 20% nell’Eurozona.

Nel complesso, l’Eurozona potrebbe dimostrarsi non molto attraente agli occhi di un investitore rispetto agli Stati Uniti o all’Asia emergente. Eppure, offre alcuni vantaggi. In particolare, l’Eurozona vanta un vivaio particolarmente ricco di aziende esposte ai consumi asiatici. I recenti risultati messi a segno dall’italiana Moncler illustrano perfettamente quanto sia rilevante investire in queste aziende. Il gruppo del lusso, che genera il 49% delle sue vendite in Asia-Pacifico, ha pubblicato dei dati nettamente al di sopra delle aspettative del mercato con, tra l’altro, un risultato annuale superiore del 20% rispetto alle previsioni. E le vendite in Asia non vi sono estranee. Sono aumentate del 26% nel quarto trimestre e del 60% addirittura in Cina! Possono quindi più che compensare le mancate vendite in Europa, in calo del 13%. Lo stesso dicasi per Hermès le cui vendite segnano una flessione del 9,8% in Europa a fronte di un’impennata del 47,4% in Asia (ad esclusione del Giappone).

Indubbiamente, la debolezza della risposta fiscale europea pone un rischio di sottoperformance strutturale degli asset europei nel lungo termine. Ciononostante, grazie soprattutto alla loro apertura internazionale, molte aziende europee possono ignorare questa prospettiva fosca. Ed è probabile che siano proprio queste le aziende in cui investire nei prossimi anni.

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