Il gender gap nel Fintech? Esiste e va superato

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di Redazione3 maggio 2017 | 15:36

A Cura dell’Ufficio Studi di BorsadelCredito.it

 

  • Tra i professionisti dell’Itc le donne sono solo il 20%; il 30% dei tecnici informatici e il 15% dei manager. Nel settore di finanza e assicurazioni, solo il 17,6% delle posizioni manageriali sono coperte da donne e tra i 7.300 gestori di fondi solo il 7% appartiene al gentil sesso. 
  • BorsadelCredito.it si conferma come leader del prestito p2p con un valore cumulato di oltre €10mln di erogato (in crescita di 1mln mese su mese) per oltre 300 imprese supportate.

 

Il Fintech? Non è (più) una cosa solo da uomini. Lo sostenne con forza un anno fa Sallie Krawcheck, ex Bank of America, ex Smith Barney e Sanford Bernstein, ex Citigroup, regina di Ellevest, una startup nata per diventare la prima piattaforma di investimenti finanziari al femminile, un robo-advisor che aiuta le donne a investire il loro patrimonio e garantirsi una tranquillità finanziaria futura tenendo conto delle loro caratteristiche precipue, in termini di aspettativa di vita, livelli salariali, interruzioni di carriera più frequenti che per gli uomini.

La finanza digitale delle donne, per le donne. E sarebbe già un bel traguardo, in un modo tradizionalmente disegnato e costruito dagli uomini per gli uomini. E che ha bisogno di una scossa, meglio se rosa.

Un tema che in posti come la Gran Bretagna è tanto sentito da essere condensato in un portale dedicato: http://womeninfintech.co.uk. La Innovate Finance, la organizzazione di categoria del Fintech britannico, stila ogni anno la Woman Fintech Powerlist, un lungo elenco in ordine alfabetico dei talenti femminili che giocano un ruolo sempre più cruciale nello sviluppo del settore Fintech.

Le storie raccontate da Women in Fintech sono tante e molto interessanti: come quella di Marta Krupinska, expat polacca che ha fondato Azimo per aiutare le persone che espatriano a inviare denaro in maniera rapida e semplice grazie alla tecnologia. O Monica Kayla, che fondò Neyber nel 2014 per lanciare un nuovo modello di credito che consentisse ai datori di lavoro di prestare denaro ai dipendenti a tassi accettabili. Ancora, Clare Flynn Lavy, che gestisce Essentia Analytics, creata per dimostrare che l’analisi è fondamentale per investire con successo.

Anche negli Usa la cronaca di donne al comando di finanza digitale monta: c’è Alexa Van Tobel che nel 2009 ha lanciato LearnVest con la missione di rendere economica e accessibile la pianificazione finanziaria. O Jennifer Fitzgerald, ex McKinsey, cofondatrice di PolicyGenius, un marketplace assicurativo. Ancora, Vicki Zhou che, dopo aver militato in Citigroup, SFC Associates e Archipelago Capital Management, ha lanciato nel 2013, insieme a Herbert Moore, WiseBanyan’s, una piattaforma che fornisce piani finanziari personalizzati raccomandando e gestendo una serie di bond e azioni, che gli utenti poi possono monitorare, aggiungere o eliminare dal paniere. Il 2013 è stato anche l’anno di Orchard Platform, un marketplace lending tra I cui fondatori compare Angela Ceresnie.

E in Italia? La signora del Fintech è Serena Torielli, tra i fondatori di AdviseOnly, un roboadvisor che sviluppa soluzioni anche per istituzioni finanziarie terze. Ma, insomma, i nomi di donna, in questo settore in rapida evoluzione e in forte fermento, a ben vedere sono in netta minoranza. Non che la cosa debba sorprendere: finanza e tecnologia sono entrambi settori in cui esiste un “problema di genere”. Lo dimostrano i dati: partiamo dalla tecnologia. Secondo l’Ocse, tra i professionisti dell’Itc le donne sono solo il 20%; il 30% dei tecnici informatici e il 15% dei manager, secondo l’Itu, l’Organizzazione dell’Onu per la diffusione delle nuove tecnologie che il 27 aprile ha celebrato il Girls in Itc Day, una giornata che serve a promuovere la partecipazione delle ragazze all’informatica.

L’altra componente della Fintech, la finanza, vede le donne in una posizione se possibile ancora più residuale. Nel settore di finanza e assicurazioni, secondo la classifica Fortune 500 di Forbes, solo il 17,6% delle posizioni manageriali sono coperte da donne e, secondo le rilevazioni di Morningstar, tra i 7.300 gestori di fondi solo il 7% appartiene al gentil sesso.

Tutti dati che cozzano con la consapevolezza che avere diversity nelle posizioni apicali generi valore. Lo dimostrano diversi studi, tra cui questo di Credit Suisse, secondo cui, solo per fare un esempio, le aziende con ceo donne mostrano un rendimento del capitale proprio del 19% superiore dividendi più alti del 9%.

Le donne sono talmente assenti che sempre Credit Suisse teme che la rivoluzione Fintech le abbia dimenticate, tralasciando da un lato di creare un’offerta ad hoc per esse, dall’altro non creando le condizioni perché siano loro a fondare nuove startup di settore. Che appunto, a guida femminile, si contano sulle dita di una mano nel mondo. Che fare per impedire quella che rischia di essere un’occasione sprecata? Quote rose e altri incentivi simili servono ma fino a un certo punto: per sfondare il tetto di cristallo ci vuole un cambiamento di cultura. Quel Lean in, “Facciamoci avanti”, che ha fatto suo e cercato di diffondere Sheryl Sandberg, direttore operativo di Facebook e con cui, lei, il mondo lo ha cambiato. Come fanno le Krawcheck, le Van Tobel, le Torielli.

 

 

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