Loser (Arca): “Con i Pir andiamo lontano”

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L’amministratore delegato di Arca Fondi Sgr parla delle prospettive di sviluppo della società. “Dopo un 2016 molto positivo cresceremo a due cifre anche quest’anno”.

Andrea Telara di Andrea Telara11 luglio 2017 | 08:30

Per Ugo Loser (nella foto), amministratore delegato diArca Fondi Sgr, c’è un dato che rappresenta un motivo di soddisfazione quasi quotidiana. È quello sulla raccolta che la sua società sta realizzando coi Piani individuali di risparmio (Pir), la nuova categoria di strumenti finanziari che ha debuttato sul mercato italiano nel gennaio scorso, con l’obiettivo di sostenere le piccole e medie aziende nazionali. Pure Arca Fondi Sgr ha già lanciato i suoi Pir: si tratta di 4 fondi comuni (2 azionari e 2 bilanciati) che hanno ormai oltre 1,2 miliardi di euro di patrimonio e raccolgono in media 6 milioni al giorno. “In pochi mesi abbiamo avuto ottimi risultati”, dice Loser, che
in questa intervista rilasciata a BLUERATING parla non solo dei Pir, ma anche delle prospettive
di crescita di Arca Fondi Sgr e dell’intera industria del risparmio gestito, “un settore reduce da una stagione positiva che tuttavia non è ancora giunta alla fine”.

Perché questo ottimismo? Tutto merito dei Pir?


Andiamo per ordine: i Piani individuali di risparmio sono senza dubbio una grande innovazione che va salutata con favore. Si tratta infatti di strumenti che beneficiano di un’agevolazione fiscale ben congegnata, che assegna al risparmio gestito una funzione importante, quella di sostegno all’economia reale del nostro Paese.

Non c’è il rischio di bolla sui titoli a cui vengono destinati gli investimenti dei Pir, cioè quelli delle piccole e medie imprese italiane?


Stare in guardia di fronte alla possibilità di una bolla speculativa non è mai sbagliato. Tuttavia
nel medio e lungo termine,
credo che i Pir avranno un
ruolo importantissimo nella crescita delle piccole e medie imprese italiane che oggi, molto più che in passato, hanno
bisogno di raggiungere maggiori dimensioni per competere su scala internazionale e necessitano di fonti di finanziamento sul mercato dei capitali, alternative al canale bancario.

Allora largo ai Pir nei portafogli…

Sì, purché si seguano le opportune avvertenze. Già di per sé i nostri fondi Pir compliant (cioè che hanno un portafoglio conforme alla normativa sui Piani individuali di risparmio, n.d.r.) permettono di costruire un’asset allocation ben equilibrata, includendo i titoli di molte aziende che hanno un ottimo posizionamento sui mercati internazionali. Tuttavia è ovvio
che questi prodotti non possono assorbire da soli tutto il patrimonio finanziario di un investitore. Diversificare il rischio è sempre una scelta da consigliare.

Ma torniamo alla domanda di partenza: perché è ottimista sulla crescita del risparmio gestito?

Direi innanzitutto per un motivo di tipo strutturale. Oggi ci muoviamo in uno scenario di bassi tassi di interesse che, nonostante i primi graduali rialzi negli Stati Uniti, ci accompagnerà per molto. In un mondo con un alto livello di debito pubblico e privato, le pressioni per contenere il costo del denaro restano forti.

Dunque?

Nel contesto che ho appena descritto non c’è più quello che in gergo tecnico viene solitamente definito free risk. Diventa cioè sempre più difficile trovare strumenti finanziari che danno un rendimento elevato con una dose di rischio minima o nulla: una funzione svolta in passato
dai Btp e dagli altri titoli di Stato. Inoltre gli scenari geopolitici attuali creano un quadro di incertezza e di imprevedibilità
a livello globale che favorisce il ricorso a prodotti basati per loro natura sulla diversificazione degli asset come appunto quelli del risparmio gestito, in particolare
i fondi comuni. Infine non va dimenticato un ultimo fattore:
in Italia le pensioni pubbliche stanno diventando sempre meno generose e cresce la necessità
per i lavoratori di aderire alla previdenza integrativa, un’altra area di business in cui le società di gestione hanno ancora notevoli margini di crescita. Lo dico con convinzione anche se il nostro prodotto Arca Previdenza è già il più grande fondo pensione aperto esistente in Italia.

C’è chi ritiene che, per l’asset management e per i fondi d’investimento a gestione attiva, i tempi delle vacche grasse stiano invece per finire. Tutta colpa della concorrenza crescente di prodotti low cost come gli Etf. È d’accordo?

Credo che si tratti di un falso problema. Gli Etf rappresentano nel loro insieme uno strumento
in più a disposizione degli investitori ma anche dei gestori, in un’industria matura com’è ormai quella del risparmio gestito. Faccio un parallelo con un altro settore, quello della tecnologia: in uno smartphone, per esempio, ci sono diverse componenti che hanno un maggiore o un minor valore aggiunto. C’è il software, che è una componente molto elaborata, e c’è il vetro che protegge lo schermo, che invece è un componente più facilmente sostituibile, quasi una commodity.

E che c’entra questo con i fondi
e gli Etf?


Intendo dire che un exchange traded fund è appunto un qualcosa in più che arricchisce il nostro settore ma non va a compromettere il ruolo dei prodotti a maggior valore aggiunto come quelli a gestione attiva. Anche uno strategist di un fondo total return, per esempio, può far uso di un Etf piuttosto che di un derivato per posizionarsi su certi mercati o per proteggersi da determinati rischi.

Il 2016 si è chiuso per Arca Fondi Sgr con il miglior risultato di sempre. Come si concluderà invece questo esercizio?

Dati precisi non posso darne ma dico una cosa: probabilmente chiuderemo l’anno in corso con una crescita percentuale a due cifre rispetto ai 12 mesi precedenti. Mi sembra un risultato che si commenta da solo.

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