CheBanca!, due strategie per la crescita

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di Antonio Potenza 25 Maggio 2021 | 11:12

Gian Luca Sichel, amministratore delegato di CheBanca! non ha dubbi: “La specializzazione è l’unica percorribile per rendere sostenibile nel tempo la redditività che l’industria del risparmio gestito sta sperimentando in questa particolare fase”.

Il numero uno di CheBanca! da una fotografia ben precisa del ricorrente duello che a confrotno i grandi player del settore e gli operatori. I primi che fanno leva su economie di scla, i seconi su agilità e competenze specifiche.

I numeri, come scrive Maximilian Cellino su Il Sole 24 Ore nell’intervista proprio all’ad Sichel, giocano a favore di questa visione. Nei primi nove mesi del bilancio 2020-2021, CheBanca! ha accelerato sul fronte utili: 36 milioni, ovvero +42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Le masse inoltre sono lievitate fino alla cifra record di 31,4 miliardi.

Quando Cellino, poi, chiede se è un’arma in più quella di concentrarsi su un target specifico di investitore, Sichel risponde in modo netto: è sicuramente importante, dichiara. “Permette di focalizzare tutti gli sforzi verso un obiettivo. Infatti quando parlo di specializzazione mi riferisco anche ai prodotti, alle capacità cioè di disegnare strumenti sofisticati e soluzioni di investimento”.

Quindi l’intervistatore incalza, puntando sul tema filiali: se in questo momento storico tutti pensano a liberarsi delle filiali, perché CheBanca! va contro corrente? “Abbiamo un’idea molto diversa rispetto alla filiale tradizionale” spiega l’ad, “le nostre sedi sul territorio sono in raltà veri e propri uffici di consulenza dove possiamo garantire un presidio delle relazioni con la clientela, basato su riservatezza e qualità”. E aggiunge: “Insieme al potenziamento della rete di advisor, sia dipendenti, sia consulenti finanziari, e all’investimento nell’innovazione continua della piattaforma multicanale al servizio dei nostri canali distributivi”.

In relazione al denaro “fermo” nei depositi degli italiani, Seghel ha una visione duplice. “Il fenomeno deve essere considerato su due piani diversi. Dal punto di vista dell’investitore non è opportuno detenere all’interno del portafoglio una componente di liquidità pura superiore al 20%. […] Questo problema può essere superato grazie ad una consulenza adeguata, che sia in grado di ascoltare il cliente, definire bene il suo profilo temporale finanziario e costruire di conseguenza un portafoglio di asset”

Ma non basta. “Anche in case di corretta allocazione del risparmio, resisterà sempre una parte di esso, pur piccola, che resta in giacenza sui conti corrente per le esigenze quotidina e a scopo prudenziale”. Ed è qui che secondo Seghel entrano in gioco gli intermediari che possono rimettere in circolo il denaro, trasferendolo di nuovo alle famiglie consumatrici o alle imprese che ne abbiano bisogno.

 

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