Consulenza, dove investire se il mercato è inefficiente

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di Redazione 27 Giugno 2022 | 10:13
Oggi la vera sfida è in mano alle società di investimento. Non più ai consulenti finanziari. Ecco perché

A cura di Maria Anna Pinturo, consulente presso Credem con la qualifica di Wealth Planner e fondatrice del blog diversamentefinanza.com. 

Come sarebbe bello, oggi, trovare un acronimo in grado di definire e in qualche modo mettere in pace l’investitore, restituendogli insomma una dimensione accettabile, nella totale assenza di possibilità di un equilibrio che, come tale, non si fa fatica a riconoscere tanto nei neofiti quanto nei più esperti se non veterani di questa prassi (l’investimento).

Sarebbe bello, perché in qualche modo si riuscirebbe a creare una categoria di appartenenza, una casistica. Perché siamo consapevoli, no? Ogni volta che si riesce, nella nostra esperienza, a ricondurre un episodio a qualcosa di già sperimentato, risulta più semplice (o almeno così sembra!) riconoscerne non solo la via d’uscita, quanto soprattutto la modalità più consona e nel tempo più indolore per affrontarlo, diminuendone in questo modo gli effetti meno desiderati. Quasi, insomma, si fosse messi in grado di scrivere una sorta di bugiardino sulle esperienze più importanti e incidenti della nostra vita, da rileggere… all’occorrenza. Ebbene, nella vicenda in cui gli investitori si ritrovano ogni volta, anch’essa dopo tutto catalogabile come esperienza umana, e anche di sofferenza (perché tale è quando si verificano certe flessioni di capitale), capita invece che di bugiardino non ve ne possa essere, né di istruzioni per l’uso di quella situazione, che rimane come una ferita sempre nuova, foriera di nuove note da aggiungere.

Tra TINA e FOMO

E così anche gli arcinoti acronimi con cui si è soliti, in finanza, riconoscere gli stati d’animo per non dire i caratteri distintivi emotivi che definirebbero un investitore rispetto all’altro, oggi quasi si buttano via. Li ho ripresi in mano leggendo un pezzo uscito sul Corriere Economia del 23 giugno, e mi sono resa conto di quanto, oggi soprattutto, da un lato possano caratterizzare la fisiognomica dell’investitore, e dall’altro finiscano per essere assolutamente parziali. A partire da TINA, There is no alternative, a difesa della necessità, o meglio unica possibilità di guadagno riposta nell’asset azionario, che come dire oggi è più che mai in crisi. Giacché sembra che l’investitore autentico, quello che da sempre ha creduto nel ribasso per comprare e aspettare il vero guadagno, abbia perso la sua identità, o meglio debba sottoporsi a una sorta di terapia d’urto per riprendere fiducia nelle azioni. E che dire della famosa FOMO, Fear of missing out, che soprattutto nel periodo post pandemia, fatto di bagordi nei guadagni spot, investiva chiunque, dal più al meno esperto, quasi travolto dall’assoluta necessità di esserci, di partecipare dell’imprevedibile guadagno che sembrava potersi ottenere con nulla o dal nulla, scegliete voi.

Bastasse questa catalogazione in acronimi, se non il paragone con altre annate (e articoli in tal senso non mancano), bastasse riprendere in mano un bugiardino datato, sarebbe tutto più semplice. Purtroppo, si dà il caso che non sia così, e che la realtà superi sempre la scrittura e la testimonianza del passato, come, se ci pensiamo, meglio e più radicalmente di quanto suggerito poc’anzi, accade nell’esperienza umana in generale, per quanto ci si illuda del contrario. Qui è il punto. Perché alla fine si tratta sempre di una questione di inefficienza.

L’inefficienza che crea disorientamento

Mi spiego. Come umanamente ci si ritrova incapaci di affrontare quella particolare situazione, benché simile alle precedenti che ci avevano messi in grado di scrivere il bugiardino da portare sempre con sé, esattamente allo stesso modo capita che l’investitore si ritrovi a non avere i mezzi esperienziali, emotivi o intellettuali per affrontare la nuova esperienza di mercato che si rivela dolorosa e bisognosa di mezzi opportuni per non avere effetti insopportabili.

In entrambi i casi, protagonista è l’inefficienza. Sì, inefficienza della realtà in generale, nel caso delle esperienze umane, perché mancano informazioni, o noi non siamo capaci di captarle e di tenerle sotto controllo, e pertanto quella situazione non sapppiamo gestirla, benché ci ritenessimo già esperti. Stessa storia nel caso dell’esperienza dell’investimento: in questo caso parliamo di inefficienza del mercato, oggi quasi disorientante. Quell’inefficienza che ha anche una definizione tecnica. Si definisce infatti inefficiente un mercato finanziario in cui i prezzi non sono in grado di riflettere tutte le informazioni disponibili, e normalmente questo mette i creatori di soluzioni di investimento nelle condizioni di… battere il mercato. Sic docet la teoria del mercato efficiente elaborata da Eugene Fama, per la quale gli investitori, in un mercato efficiente, dove le informazioni sono disponibili a tutti, potrebbero aspirare soltanto a replicare le redditività del mercato o, al massimo, a ottenere redditività migliori del mercato solo grazie alla gestione di inefficienze occasionali sfruttate al meglio.

Ma se questo è il caso nella vita, come nell’esperienza dell’investimento allo stato attuale, e se è l’inefficienza – ovvero l’assenza di informazioni disponibili a tutti – che crea disorientamento nell’esperienze umane più comuni, mai come nel contesto attuale finanziario sta arrivando a essere all’origine di assenze di prospettive di investimento, se non anche di attese di recupero per mai più pensare di rimettere a rischio capitali, azzerando ogni possibilità di futuri investimenti. Se questo dunque è il tema, cosa aspettarsi?

Un contesto poco trasparente

Questa è la domanda. E due sono le possibili risposte. Da un lato, che quelle stesse informazioni oggi non complete, per non dire assenti, che non rendono trasparenti i prezzi possano tornare presenti prima che essere disponibili a tutti. Si legge tanto sulla stampa, ma si capisce una sola cosa, che il contesto non è affatto trasparente. Ma questo è in mano al tempo. E se c’è una parola che oggi va usata con cautela con l’investitore è proprio la parola tempo. Insomma, l’investitore deve aspettare (e qui forse si si potrebbe salvare come acronimo la FOHO, Fear of holding on, la paura che tenendo ancora i titoli possano perdere di più). Un tempo in cui i prezzi, una volta che la politica dei tassi avrà fatto il suo corso, si dice… si aggiusteranno, e forse ricominceranno a essere comunicativi di quelle stesse informazioni sulla realtà economica che oggi non si capiscono o sono difficili da identificare.

D’altra parte, le soluzioni di investimento devono fare il loro lavoro. Perché si è sentito tante volte da parte di chi quelle soluzioni di investimento le ha messe a punto, che in realtà sarebbe l’inefficienza del mercato la vera sfida per dimostrare la bontà di quelle stesse soluzioni; e che proprio approfittando di un mercato inefficiente quelle stesse sarebbero in grado di dare il meglio, facendo vedere la differenza rispetto al mercato. Quell’alpha di cui tanto si sente parlare, quel valore aggiunto da consegnare all’investitore nonostante tutto. Ecco, forse qui è la vera sfida della finanza di questi tempi. Che non è più solo in mano ai consulenti finanziari. Proprio perché, come si dice a più riprese, è venuto giù tutto, e anche la migliore diversificazione non ha fatto la vera differenza. La sfida è demandata, forse per la prima volta, soprattutto alle società di investimento e quindi alle soluzioni di investimento di cui i consulenti finanziari si servono per costruire il portafoglio. Perché possano veramente dimostrare che battere il mercato è possibile.

L’investimento rimane la scelta

La semplice replica del mercato, infatti, tramite soluzioni passive di questi tempi sembra funzionare solo da qualche parte, anzi da pochissime parti: si parla di petrolio e di oro, ma solo in prossimità dello scoppio della guerra, e con grandissime fasi di volatilità per non dire vulnerabilità. Per questo è importante che i consulenti possano soprattutto far vedere che l’investimento continua a rimanere la scelta, whatever it takes. Prendo a prestito qualcosa di Draghi, ma senza presunzione. In fondo lui ci ricorda sempre che la soluzione si trova, qualsiasi cosa accada, basta che si prenda una decisione come quella che lui ai tempi prese sulla liquidità, facendo la fortuna del sistema finanziario dei successivi anni (anche se oggi quasi si maledice il sistema venuto al mondo di conseguenza). Una decisione che ora è rimandata non solo all’aspettativa su eventi come le elezioni americane di mid term, ma anche e soprattutto alle scelte che le diverse case di investimento stanno già facendo nelle singole soluzioni che noi consulenti finanziari inseriamo nei portafogli dei clienti. Attendendo noi per primi che… funzionino.

 

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