Standard Life Investments: ricadute della politica fiscale tedesca sull’eurozona

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di Maria Paulucci 23 Giugno 2015 | 12:35
L’analisi di James McCann, UK/Europe economist presso Standard Life Investments, contenuta nel report “Europa: Ricadute della politica fiscale tedesca sull’eurozona”.

POLITICA FISCALE TEDESCA – “Tutti sembrano avere un’opinione sulla politica fiscale tedesca. Nel suo intervento a Jackson Hole, Mario Draghi aveva esortato gli Stati membri dell’eurozona a sfruttare qualsiasi margine fiscale per favorire la domanda aggregata, con un riferimento appena velato alla Germania. Un’intera schiera di economisti ha spinto in maniera analoga verso una politica fiscale più accomodante, incluso l’ex presidente Bernanke, che ha recentemente sostenuto che le politiche attuali stanno contribuendo ai pericolosi squilibri di bilancio della Germania. Anche il Fondo monetario internazionale ha ripetutamente raccomandato una politica fiscale più espansiva. Infatti, un documento di lavoro pubblicato alla fine dello scorso anno sosteneva che un investimento pubblico più elevato stimolerebbe la crescita interna nel breve e nel lungo periodo e, contemporaneamente, genererebbe ricadute positive su tutta l’unione monetaria. Intanto in Germania le critiche sono più moderate. Il ministro delle Finanze Schäuble è stato risoluto nella difesa di una politica di bilancio austera, considerato che la Germania ha registrato un saldo strutturale di bilancio leggermente positivo negli ultimi due anni, nonostante un contesto economico debole. Questo trova terreno fertile in una Germania avversa al debito e con bassi tassi di proprietà immobiliare”. Così si esprime James McCann, UK/Europe economist presso Standard Life Investments, nel suo report “Europa: Ricadute della politica fiscale tedesca sull’eurozona”.

 
IN CASO DI EVENTO CRITICO – “Molte delle decisioni tedesche sul bilancio tuttavia non sono discrezionali. Nel 2009 il parlamento ha istituito un ‘freno al debito pubblico’ nella Costituzione federale, che può essere modificata solo con una maggioranza di due terzi. Questa norma sul debito include vincoli sul livello del disavanzo corretto per il ciclo sia a livello di governo federale (il deficit non deve superare lo 0,35% del Pil, a partire dal 2016), che a livello statale (il deficit deve essere pari a zero o in attivo a partire dal 2020). Uno degli aspetti più controversi della norma è che non permette ai governi di finanziare la spesa per investimenti attraverso il prestito. Questo è importante in Germania, dove la percentuale di investimenti nel Pil è diminuita costantemente negli ultimi anni. Bassi tassi di investimento hanno avuto un effetto sull’offerta dell’economia, mentre le infrastrutture hanno avuto un impatto tangibile sulla crescita. L’Istituto tedesco per la ricerca economica ha stimato un gap di investimenti pari al 3,7% del Pil in Germania tra il 2010 e il 2012. La rigidità del freno al debito implica che non è facile avviare misure di stimolo per gli investimenti in infrastrutture, vista l’assenza di finanziamenti pubblici. C’è una clausola di salvaguardia in caso di una recessione o catastrofe naturale, in cui una maggioranza assoluta in parlamento potrebbe sospendere questa norma. Ciò significa che soltanto un evento critico potrebbe innescare un cambiamento significativo nella politica fiscale tedesca”.
 
REGOLE FLESSIBILI – “Queste azioni hanno conseguenze al di fuori della Germania. Come accennato in precedenza, ci sono ricadute sul resto dell’eurozona dovute alla politica fiscale del suo Stato membro più grande. Oltre a ciò, il conservatorismo fiscale tedesco ha avuto un impatto anche sulla normativa a livello dell’eurozona. Il Fiscal Compact, sottoscritto da tutti gli Stati membri dell’eurozona, incorpora una regola di bilancio con deficit strutturali fissati tra 0,5% e 1% del Pil, a seconda della posizione debitoria del Paese in questione. C’è anche l’obbligo di ridurre il debito aggregato se supera il 60% del Pil. La storia recente mostra che c’è flessibilità in queste regole, come mostrato da Francia e Italia in risposta alla crescita debole. Questa flessibilità è una risposta sensata, dato che la regione sembra aver imparato la lezione dopo l’incauta corsa all’austerità tra il 2011 e il 2013″. 

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